Saluto introduttivo alla Cerimonia di consegna del 'Premio Carlo Urbani'
Buon pomeriggio a tutti e a tutte.
Saluto e ringrazio innanzitutto la famiglia di Carlo: sua moglie, Giuliana Chiorrini, e Luca, uno dei tre figli.
E poi do il benvenuto a Antonio Mastrovincenzo, Presidente del Consiglio regionale delle Marche; a Emilio Amadio, Presidente dell'Associazione intitolata a Carlo; a Flavio Corradini, Rettore dell'Università di Camerino; a Barbara Romualdi, sindaca di Castelplanio, dove Carlo nacque nel '56. E saluto il giornalista Vincenzo Varagona, autore di un bel volume sulla sua figura. E saluto tanti altri amici e amiche che oggi sono con noi. Mi fa piacere vedere molti giovani.
Oggi celebriamo qui una sorta di "orgoglio marchigiano", e sono felice che sia così, perché Carlo Urbani ci dà motivo di essere orgogliosi. Era un marchigiano, come lo siamo noi, e la sua figura alta va valorizzata. Per questo sono contenta che ricordiamo Carlo qui alla Camera dei deputati.
Cominciammo a parlare del Premio esattamente quattro anni fa, alle Grotte di Frasassi, in occasione dei dieci anni dalla scomparsa.
Lanciai lì l'idea di dedicare a lui un premio. Un'idea che è diventata realtà grazie al lavoro dell'Associazione e dell'Università di Camerino. Abbiamo già premiato Sara e Priscilla con le prime due borse di studio, e si disse allora che sarebbe stato bello fare la premiazione a Montecitorio.
Ci siamo: più tardi di quando tutti noi avremmo voluto, ma oggi ci siamo.
L'appuntamento originario, come sappiamo, doveva essere a Camerino a dicembre scorso, ma il terremoto ci ha fatto cambiare prospettiva.
Ma oggi manteniamo quell'impegno. Ricordiamo una figura di straordinario valore civile, un grande italiano, che deve essere conosciuto a livello nazionale per quello che ha rappresentato, per il suo lavoro.
Carlo aveva capito qual era il problema: la disuguaglianza. L'aveva colta subito, sia in Italia che all'estero, nelle sue prime missioni. La disuguaglianza si può vedere, basta volerla riconoscere. Lui l'aveva riconosciuta, e ne aveva visto la tremenda 'normalità'.
In un'intervista del 2000 al quotidiano 'Avvenire' dice qualcosa di molto potente: "Come consulente dell'Organizzazione Mondiale della Sanità mi occupo delle malattie parassitarie. In tutti i consessi internazionali si ripete che la causa è solo una: la povertà. In Africa ci sono arrivato fresco di studi. E sono stato 'deluso' dallo scoprire che la gente non moriva di malattie stranissime: moriva di diarrea, di crisi respiratorie. La diarrea è ancora una delle cinque principali cause di morte al mondo. E non si cura con farmaci introvabili."
Da qui la sua battaglia per i farmaci essenziali, che l'Associazione intitolata a Carlo oggi prosegue.
Perché si muore ancora, per questi motivi così 'banali', in un tempo in cui gli 8 uomini più ricchi del pianeta - ci ha ricordato pochi mesi fa Oxfam - posseggono un patrimonio equivalente a quello della metà degli abitanti più povera del mondo.
Otto persone che insieme detengono le stesse risorse economiche di 3 miliardi e mezzo di persone. 8 contro 3 miliardi e mezzo.
Mi piacerebbe che Carlo Urbani commentasse questi numeri. O magari chiedergli quante di queste malattie così 'normali' potrebbero essere sradicate con una parte di quei 110 miliardi di dollari in armi e sistemi di difesa che l'Arabia Saudita comprerà dagli Stati Uniti, secondo l'accordo recentemente chiuso.
Cito la cifra più clamorosa, ma sappiamo bene che le spese militari sono in crescita un po' ovunque, anche nel nostro Paese.
Ma c'è anche un altro motivo per il quale è importante ricordare oggi Carlo Urbani. Nel 1999, da Presidente di Medici Senza Frontiere Italia, fece parte della delegazione internazionale di Msf che andò a ritirare il Nobel per la Pace. E in quell'occasione parlò "degli sforzi e dei sacrifici di chi condivide paure, rabbia e delusioni con i milioni di individui che popolano villaggi dimenticati, invivibili aree metropolitane, inimmaginabili campi rifugiati".
Allora per queste attività si riceveva il Nobel; allora veniva riconosciuto così lo sforzo e lo slancio di chi lavorava in questi ambiti. Cosa è successo, se oggi invece in Italia, per quelle stesse attività, si rischia di diventare capro espiatorio? Cosa sta succedendo alla nostra società? Quale rovesciamento c'è stato, se adesso le Ong tutte, indistintamente, vengono investite da un'ondata di sospetti per salvare vite umane in mare? Stanno facendo qualcosa di cui noi dovremmo essere loro grati. E invece si permette che queste associazioni vengano tutte infangate: senza una prova, senza un'evidenza, senza che ci sia contezza di atti specifici.
Quali saranno i danni su queste Ong, tra cui Msf? E' evidente che danni ce ne saranno, perché le Ong vivono di reputazione, perché è grazie a quella che riescono ad avere le donazioni dai privati. Se la loro reputazione viene rovinata senza prove - lo ribadisco - è chiaro che ne avranno un anno. E perché danneggiare le Ong? Forse perché si preferisce che non si sappia? Che non si veda?
Le Ong che fanno salvataggio in mare oggi sopperiscono ad una carenza. Se loro non ci fossero ci sarebbero più morti in mare, e già ne abbiamo abbastanza.
Noi dobbiamo rilanciare certi valori, perché oggi è in corso un attacco a questi valori. Salvare le vite umane in mare è un principio vecchio quanto l'uomo, è un dovere. Chi non lo fa commette un reato. E questo va sottolineato. Altrimenti rischiamo il mondo alla rovescia.
Le associazioni, come tutti quelli che operano in mare, sentono la responsabilità di agire per salvare vite in mare: non si voltano dall'altra parte! Fanno quello che si deve fare in mare. E' la legge del mare che lo dice: la prima cosa è salvare; poi viene tutto il resto.
Torna alla mente una frase del dottor Carlo Urbani: "Se il malato sta male e il medico se ne va, chi rimane?"
E' una domanda che ciascuno di noi ogni giorno si deve fare: chi resta? Interroga le istituzioni e interroga la politica: chi deve restare, se abbiamo problemi davanti?
E' una domanda alla quale tocca rispondere anche a voi, ragazzi: dovete decidere se vivere solo di voi stessi, nell'io, o vivere nel noi. Capire se siete felici pensando solo a voi stessi, al vostro piccolo orticello, o se è meglio anche essere di sollievo agli altri, occuparsi degli altri un'ora al giorno.
Basterebbe dedicarla ai nonni, che stanno a casa quasi sempre soli a guardare la tv. Pensare agli altri significa pensare al giardino, al parco comunale che magari deve essere tenuto meglio, e non ci sono le risorse. Occuparsi degli altri significa occuparsi di chi sta male, andare a parlare con i ragazzi che vengono derisi in classe, quelli che vengono considerati dei 'soggettoni'. Parlare con loro vuol dire occuparsi degli altri.
Chi viene da lontano ha lasciato tanto alle proprie spalle, ha fatto esperienze che non possiamo neanche immaginare. Dobbiamo decidere se stare con i bulli che si accaniscono, o stare dalla parte di chi ha qualcosa da dirci che noi non conosciamo. Allargare la nostra mente, capire che il bello sta nella differenza.
Infine, sono molto contenta di ospitare qui il Rettore dell'Università di Camerino. L'Università di Camerino ci ha dato l'esempio di come si reagisce a una tragedia. Il Rettore è stato in grado di coinvolgere i giovani, gli studenti, le istituzioni locali e nazionali nel rispondere al terremoto. Immediatamente c'è stata la capacità di trovare alloggi nella periferia della città, perché le strutture dell'Università erano nella zona rossa.
Adesso c'è una grande scommessa davanti: lo studentato prima del nuovo anno accademico. 450 posti-letto. La dobbiamo vincere, questa scommessa! E' importante non solo per la sua Università, Rettore: e già basterebbe. Ma è importante per la città stessa di Camerino, che molto vive dell'indotto dell'Università. Per dare un segnale chiaro alle famiglie, alle molte persone colpite dal terremoto. Ve lo dico da marchigiana, da chi ha sofferto tanto per quello che è accaduto. Peraltro il giorno del primo terremoto, il 24 agosto, ero nelle Marche e quindi ho condiviso sgomento, dolore, disorientamento totale.
In queste aule abbiamo lavorato ai provvedimenti per il terremoto, ma non ci sfugge che ci siano lungaggini, troppa burocrazia, ritardi. Per quello che posso, cerco di unire gli sforzi con gli altri attori istituzionali. Il Presidente Mastrovincenzo è qui, ci siamo visti anche con altri soggetti, con l'obiettivo di riuscire a dare le risposte adeguate nei tempi promessi alle persone che ancora sono in una situazione di limbo, non sanno quello che accadrà nei prossimi mesi.
Dobbiamo continuare questo sforzo, e fare in modo che dia risultati concreti. Le persone devono sapere che ci siamo impegnati seriamente e non solo a parole.
Da parte mia il massimo sforzo per fare da sprone e da raccordo. E sono molto felice che oggi partecipiamo tutti quanti a questa bella occasione: che ci dà la speranza di collaborare, di dare un piccolo contributo alla formazione dei nostri giovani che sia sempre più proiettata al 'noi' anziché all''io'.
Saluto introduttivo alla Cerimonia di consegna del 'Premio Carlo Urbani'
Buon pomeriggio a tutti e a tutte.
Saluto e ringrazio innanzitutto la famiglia di Carlo: sua moglie, Giuliana Chiorrini, e Luca, uno dei tre figli.
E poi do il benvenuto a Antonio Mastrovincenzo, Presidente del Consiglio regionale delle Marche; a Emilio Amadio, Presidente dell'Associazione intitolata a Carlo; a Flavio Corradini, Rettore dell'Università di Camerino; a Barbara Romualdi, sindaca di Castelplanio, dove Carlo nacque nel '56. E saluto il giornalista Vincenzo Varagona, autore di un bel volume sulla sua figura. E saluto tanti altri amici e amiche che oggi sono con noi. Mi fa piacere vedere molti giovani.
Oggi celebriamo qui una sorta di "orgoglio marchigiano", e sono felice che sia così, perché Carlo Urbani ci dà motivo di essere orgogliosi. Era un marchigiano, come lo siamo noi, e la sua figura alta va valorizzata. Per questo sono contenta che ricordiamo Carlo qui alla Camera dei deputati.
Cominciammo a parlare del Premio esattamente quattro anni fa, alle Grotte di Frasassi, in occasione dei dieci anni dalla scomparsa.
Lanciai lì l'idea di dedicare a lui un premio. Un'idea che è diventata realtà grazie al lavoro dell'Associazione e dell'Università di Camerino. Abbiamo già premiato Sara e Priscilla con le prime due borse di studio, e si disse allora che sarebbe stato bello fare la premiazione a Montecitorio.
Ci siamo: più tardi di quando tutti noi avremmo voluto, ma oggi ci siamo.
L'appuntamento originario, come sappiamo, doveva essere a Camerino a dicembre scorso, ma il terremoto ci ha fatto cambiare prospettiva.
Ma oggi manteniamo quell'impegno. Ricordiamo una figura di straordinario valore civile, un grande italiano, che deve essere conosciuto a livello nazionale per quello che ha rappresentato, per il suo lavoro.
Carlo aveva capito qual era il problema: la disuguaglianza. L'aveva colta subito, sia in Italia che all'estero, nelle sue prime missioni. La disuguaglianza si può vedere, basta volerla riconoscere. Lui l'aveva riconosciuta, e ne aveva visto la tremenda 'normalità'.
In un'intervista del 2000 al quotidiano 'Avvenire' dice qualcosa di molto potente: "Come consulente dell'Organizzazione Mondiale della Sanità mi occupo delle malattie parassitarie. In tutti i consessi internazionali si ripete che la causa è solo una: la povertà. In Africa ci sono arrivato fresco di studi. E sono stato 'deluso' dallo scoprire che la gente non moriva di malattie stranissime: moriva di diarrea, di crisi respiratorie. La diarrea è ancora una delle cinque principali cause di morte al mondo. E non si cura con farmaci introvabili."
Da qui la sua battaglia per i farmaci essenziali, che l'Associazione intitolata a Carlo oggi prosegue.
Perché si muore ancora, per questi motivi così 'banali', in un tempo in cui gli 8 uomini più ricchi del pianeta - ci ha ricordato pochi mesi fa Oxfam - posseggono un patrimonio equivalente a quello della metà degli abitanti più povera del mondo.
Otto persone che insieme detengono le stesse risorse economiche di 3 miliardi e mezzo di persone. 8 contro 3 miliardi e mezzo.
Mi piacerebbe che Carlo Urbani commentasse questi numeri. O magari chiedergli quante di queste malattie così 'normali' potrebbero essere sradicate con una parte di quei 110 miliardi di dollari in armi e sistemi di difesa che l'Arabia Saudita comprerà dagli Stati Uniti, secondo l'accordo recentemente chiuso.
Cito la cifra più clamorosa, ma sappiamo bene che le spese militari sono in crescita un po' ovunque, anche nel nostro Paese.
Ma c'è anche un altro motivo per il quale è importante ricordare oggi Carlo Urbani. Nel 1999, da Presidente di Medici Senza Frontiere Italia, fece parte della delegazione internazionale di Msf che andò a ritirare il Nobel per la Pace. E in quell'occasione parlò "degli sforzi e dei sacrifici di chi condivide paure, rabbia e delusioni con i milioni di individui che popolano villaggi dimenticati, invivibili aree metropolitane, inimmaginabili campi rifugiati".
Allora per queste attività si riceveva il Nobel; allora veniva riconosciuto così lo sforzo e lo slancio di chi lavorava in questi ambiti. Cosa è successo, se oggi invece in Italia, per quelle stesse attività, si rischia di diventare capro espiatorio? Cosa sta succedendo alla nostra società? Quale rovesciamento c'è stato, se adesso le Ong tutte, indistintamente, vengono investite da un'ondata di sospetti per salvare vite umane in mare? Stanno facendo qualcosa di cui noi dovremmo essere loro grati. E invece si permette che queste associazioni vengano tutte infangate: senza una prova, senza un'evidenza, senza che ci sia contezza di atti specifici.
Quali saranno i danni su queste Ong, tra cui Msf? E' evidente che danni ce ne saranno, perché le Ong vivono di reputazione, perché è grazie a quella che riescono ad avere le donazioni dai privati. Se la loro reputazione viene rovinata senza prove - lo ribadisco - è chiaro che ne avranno un anno. E perché danneggiare le Ong? Forse perché si preferisce che non si sappia? Che non si veda?
Le Ong che fanno salvataggio in mare oggi sopperiscono ad una carenza. Se loro non ci fossero ci sarebbero più morti in mare, e già ne abbiamo abbastanza.
Noi dobbiamo rilanciare certi valori, perché oggi è in corso un attacco a questi valori. Salvare le vite umane in mare è un principio vecchio quanto l'uomo, è un dovere. Chi non lo fa commette un reato. E questo va sottolineato. Altrimenti rischiamo il mondo alla rovescia.
Le associazioni, come tutti quelli che operano in mare, sentono la responsabilità di agire per salvare vite in mare: non si voltano dall'altra parte! Fanno quello che si deve fare in mare. E' la legge del mare che lo dice: la prima cosa è salvare; poi viene tutto il resto.
Torna alla mente una frase del dottor Carlo Urbani: "Se il malato sta male e il medico se ne va, chi rimane?"
E' una domanda che ciascuno di noi ogni giorno si deve fare: chi resta? Interroga le istituzioni e interroga la politica: chi deve restare, se abbiamo problemi davanti?
E' una domanda alla quale tocca rispondere anche a voi, ragazzi: dovete decidere se vivere solo di voi stessi, nell'io, o vivere nel noi. Capire se siete felici pensando solo a voi stessi, al vostro piccolo orticello, o se è meglio anche essere di sollievo agli altri, occuparsi degli altri un'ora al giorno.
Basterebbe dedicarla ai nonni, che stanno a casa quasi sempre soli a guardare la tv. Pensare agli altri significa pensare al giardino, al parco comunale che magari deve essere tenuto meglio, e non ci sono le risorse. Occuparsi degli altri significa occuparsi di chi sta male, andare a parlare con i ragazzi che vengono derisi in classe, quelli che vengono considerati dei 'soggettoni'. Parlare con loro vuol dire occuparsi degli altri.
Chi viene da lontano ha lasciato tanto alle proprie spalle, ha fatto esperienze che non possiamo neanche immaginare. Dobbiamo decidere se stare con i bulli che si accaniscono, o stare dalla parte di chi ha qualcosa da dirci che noi non conosciamo. Allargare la nostra mente, capire che il bello sta nella differenza.
Infine, sono molto contenta di ospitare qui il Rettore dell'Università di Camerino. L'Università di Camerino ci ha dato l'esempio di come si reagisce a una tragedia. Il Rettore è stato in grado di coinvolgere i giovani, gli studenti, le istituzioni locali e nazionali nel rispondere al terremoto. Immediatamente c'è stata la capacità di trovare alloggi nella periferia della città, perché le strutture dell'Università erano nella zona rossa.
Adesso c'è una grande scommessa davanti: lo studentato prima del nuovo anno accademico. 450 posti-letto. La dobbiamo vincere, questa scommessa! E' importante non solo per la sua Università, Rettore: e già basterebbe. Ma è importante per la città stessa di Camerino, che molto vive dell'indotto dell'Università. Per dare un segnale chiaro alle famiglie, alle molte persone colpite dal terremoto. Ve lo dico da marchigiana, da chi ha sofferto tanto per quello che è accaduto. Peraltro il giorno del primo terremoto, il 24 agosto, ero nelle Marche e quindi ho condiviso sgomento, dolore, disorientamento totale.
In queste aule abbiamo lavorato ai provvedimenti per il terremoto, ma non ci sfugge che ci siano lungaggini, troppa burocrazia, ritardi. Per quello che posso, cerco di unire gli sforzi con gli altri attori istituzionali. Il Presidente Mastrovincenzo è qui, ci siamo visti anche con altri soggetti, con l'obiettivo di riuscire a dare le risposte adeguate nei tempi promessi alle persone che ancora sono in una situazione di limbo, non sanno quello che accadrà nei prossimi mesi.
Dobbiamo continuare questo sforzo, e fare in modo che dia risultati concreti. Le persone devono sapere che ci siamo impegnati seriamente e non solo a parole.
Da parte mia il massimo sforzo per fare da sprone e da raccordo. E sono molto felice che oggi partecipiamo tutti quanti a questa bella occasione: che ci dà la speranza di collaborare, di dare un piccolo contributo alla formazione dei nostri giovani che sia sempre più proiettata al 'noi' anziché all''io'.
Vi ringrazio.