15/07/2014
Montecitorio, Sala della Regina

Relazione annuale 2014 dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni

Buongiorno a tutti e a tutte. Saluto il vicepresidente del Senato Gasparri, il Sottosegretario Giacomelli e i parlamentari presenti. Ringrazio il Presidente, Angelo Marcello Cardani, e gli altri componenti dell'Autorità, che presentano qui a Montecitorio la loro Relazione annuale sullo stato di salute del sistema della comunicazione in Italia.

Ascolteremo tra poco le analisi su un comparto che - dicono i dati - ha pagato anch'esso, l'anno scorso, un prezzo alla crisi.

Io mi limiterò ad indicare alcuni "nodi", alcune preoccupazioni con le quali, dal punto di vista parlamentare, si guarda ad un settore che ha a che fare in maniera assai diretta con i processi di formazione dell'opinione pubblica, dunque con la qualità democratica della nostra vita politica e istituzionale.

Un primo criterio riguarda la necessità che le trasformazioni dovute alle nuove tecnologienon portino con sé nuove esclusioni. Il pieno ingresso nell'età digitale è uno dei fattori essenziali per la modernizzazione del nostro Paese, e tutti ci auguriamo che abbia successo il lavoro dell'Agenzia preposta a dare questo impulso. E' importante farlo avendo chiaro peròanche l'obiettivo di ridurre il "divario digitale", quel divide che è il nuovo voltoche assume la vecchia disuguaglianza. Significa sapere includere anche le aree del territorio fin qui meno servite, quelle lontane dai grandi centri. Significa anche puntare ad una "alfabetizzazione" che coinvolga tutte le fasce sociali, e al riguardo un ruolo fondamentale può averlo la scuola.

O sapremo essere "cittadini digitali", o la nostra cittadinanza risulterà fittizia.

E in questo ambito è bene guardare con grande attenzione anche a quello che si sta muovendo a livello europeo: le due importanti sentenze della Corte di Giustizia (l'annullamento della direttiva Ue sulla conservazione dei dati e la sentenza nei confronti di Google sul diritto all'oblio) e i nodi da sciogliere - proprio nel semestre di Presidenza italiana - in materia di protezione dei dati personali e di neutralità della rete. Questioni che pongono la necessità di nuove regole, che ci salvaguardino non solo dall'invadenza degli Stati, ma anche da quella dei nuovi giganti della comunicazione digitale, che promettendoci tutto gratis entrano in modo suadente a controllare i nostri dati, dunque le nostre vite. Chiedere regole è importante anche per quei gruppi sociali che troppo spesso in rete si sentono attaccati, messi sotto scacco, costretti magari a fuggirne. Le minoranze oggetto di campagne di odio; le donne sottoposte a violenze e oscenità; i ragazzi e le ragazze vittime di "cyberbullismo". Proprio per rilanciare un discorso completo sui diritti e i doveri in rete, su una sorta di "Costituzione per Internet", abbiamo promosso qui alla Camera nelle scorse settimane una commissione di studio che prende spunto dal "Marco Civil", diventato legge ad aprile in Brasile, e da una consolidata produzione europea ed italiana (è qui da noi che il tema dell'Internet Bill of Rights è nato nel 2005). Lavoreranno insieme parlamentari, studiosi, rappresentanze degli operatori e dei gruppi sociali organizzati, con lo scopo di elaborare alcuni principi e linee-guida da portare in autunno al confronto coi cittadini e al tempo stesso da offrire al dibattito del Parlamento nazionale e a quello dei Parlamenti europei, che saranno qui a Roma nell'ambito delle iniziative del Semestre.

L'attenzione che è richiesta alla rete e alla sua crescente importanza non deve però indurci a trascurare alcune parti essenziali del pluralismo informativo italiano, che continuano a fare i conti con una crisi assai dura.

Penso alla situazione dell'editoria, che l'anno scorso ha visto un ulteriore calo dei fatturato, nei quotidiani e nei periodici. Penso alla fase difficilissima che sta attraversando l'emittenza locale. Sono voci che si stanno spegnendo e che rischiano di rendere più povera l'offerta informativa essenziale in ogni democrazia. Dobbiamo evitare che la nostra misurazione del pluralismo si concentri soltanto sui pochi grandi soggetti editoriali, della tv e della carta stampata, quelli che più incidono sull'agenda quotidiana della politica e delle istituzioni.

E a proposito di pluralismo ho ben presenti i richiami che il Presidente Cardani ha fatto nei mesi scorsi alla necessità che la normativa sulla par condicio venga adeguata dal Parlamento. A mio avviso, le regole che assicurano parità di condizioni tra tutti i soggetti politici meritano di essere considerate un capitolo essenziale del dibattito in corso sulle riforme costituzionali e sulla legge elettorale, e andranno dunque rimodellate sulla base delle scelte che faranno Senato e Camera: per garantire il giusto equilibrio, anche comunicativo, tra maggioranza e minoranze, tra diritti del governo e diritti delle opposizioni; e per evitare che nell'informazione televisiva - ancora determinante nel processo di formazione degli orientamenti di voto - funzionino, per dirla col linguaggio della riforma elettorale, troppo alte soglie di accesso.

Infine un accenno al servizio pubblico radiotelevisivo. Dalle polemiche innescate dal contributo Rai nel cosiddetto decreto Irpef è derivata una decisione del governo che reputo importante e positiva: quella di anticipare il rinnovo della concessione tra lo Stato e l'azienda, senza aspettarne la prevista scadenza del maggio 2016. La discussione pubblica dei suoi contenuti è un'occasione di straordinaria importanza per capire quello che i cittadini vogliono e quello che allo sviluppo della nostra società può venire da un servizio pubblico profondamente riformato. Mi auguro davvero che la consultazione annunciata per i prossimi mesi sappia coinvolgere - come è giusto - coloro che operano nel settore, ma ricordando che tutti coloro che pagano il canone meritano di essere considerati "azionisti di fatto". E spero che le forze politiche sappiano partecipare al dibattito sulla nuova Rai facendo un passo indietro, senza interferire, e liberandosi del radicato vizio di chiedersi "al mio partito cosa tocca?", ma guardino ad un orizzonte più ambizioso: come il servizio pubblico può contribuire a darci un Paese più moderno, aperto, inclusivo, curioso, che rifiuti gli stereotipi, che sia capace di alzare lo sguardo oltre il cortile di casa. Un dibattito, dunque, che coinvolga non solo gli "addetti ai lavori", ma tutti i cittadini che nella società, nella scuola, in famiglia, ogni giorno sperimentano gli effetti della comunicazione e chiedono al servizio pubblico di svolgere di più e meglio la sua funzione.

Vi ringrazio.