Intervento al dibattito 'L'Italia nel quadro globale', nell'ambito del Forum 'Lo scenario di oggi e di domani per le strategie competitive', organizzato da 'The European House Ambrosetti'
Signore e Signori, Ringrazio per l'invito che mi è stato rivolto per intervenire a questo incontro. E' un'occasione importante per ascoltare e per confrontarsi sulla realtà che vive il nostro Paese ed è bene quindi parlare con schiettezza e senza reticenza, come cercherò di fare, entrando subito nel merito delle questioni. Le cifre della nostra crisi non le ripeterò, suppongo che le abbiate sviscerate per due giorni. Abbiamo da poco ricominciato a pronunciare la parola recessione e ci si interroga su quando arriverà la ripresa.
Ma io mi chiedo se sia giusto usare questa parola : "ripresa". Come se si dovesse superare un malessere momentaneo e semplicemente tornare alla situazione precedente. Ecco, io non penso affatto che una crisi di questo tipo possa essere considerata una parentesi.
Questa crisi è uno spartiacque. E non se ne viene ancora fuori perché non si stanno affrontando le cause strutturali che l'hanno determinata.
Ma da qui dobbiamo ricominciare, da queste cause che risiedono in un modello, in un'idea dello sviluppo che sièrivelata fallimentare.
Al centro di questa idea c'era la convinzione che il mercato avesse una propria autonoma capacità di autoregolazione e che lo Stato dovesse rinunciare a qualunque funzione attiva nei confronti dell'economia.
A fronte di un notevole arricchimento privato di poche persone, si è determinato un drastico impoverimento non solo delle classi medie ma di tutto il tessuto sociale. Per questo la nostra economia si è ammalata.
Su questa malattia si è poi innestata la cura sbagliata. Le politiche cosiddette di austeritàhanno tolto ogni respiro a paesi già in grande difficoltà, perché si sono tradotte nell'assenza totale di sostegno pubblico ai consumi, alla produzione, alla ricerca. Questa mancanza di un intervento pubblico attivo ha anche minato la credibilitàdelle istituzioni. Ecco perché lasciarci alle spalle questa crisi non è soltanto una esigenza sociale ma è anche una grande priorità democratica.
Per farlo però non servono palliativi e operazioni di maquillage. Serve una svolta di ampia portata.
E' necessaria, innanzitutto, una governance sovranazionale che sia efficace e democratica al tempo stesso. Serve più Europa : un vero governo e un vero Parlamento dell'Unione. Serve un'Europa capace di competere con le grandi potenze economiche emergenti, tanto più in un momento in cui si stanno negoziando nuovi accordi commerciali internazionali che andranno ad incidere su imprese e cittadini.
Ha ragione chi dice che la svolta deve partire da Bruxelles. Tra i dati che hanno fatto più discutere nel mese di agosto ci sono stati quelli tedeschi che dimostrano un calo del Pil anche in Germania. Ecco : la svolta serve a tutti, anche alle economie più forti.
E per l'Europa la svolta significa appunto lasciarsi alle spalle le politiche di austerità. Attenzione : non sto dicendo che dobbiamo rinunciare al rigore nella gestione dei conti pubblici. Questo rigore lo ritengo assolutamente necessario, perché si tratta di soldi dei cittadini. E anche alla Camera stiamo proseguendo in una politica di riduzione delle spese e di lotta agli sprechi che ha fatto risparmiare allo Stato in soli due anni 138 milioni di euro. E intendiamo andare avanti su questa strada.
Voltare pagina rispetto alle politiche di austerità significa un'altra cosa e cioè che servono misure di stimolo all'economia, investimenti pubblici e privati volti a creare lavoro, a far aumentare i consumi, a sostenere la ricerca e l'innovazione. Significa che per i prossimi anni la priorità deve essere la crescita, ma una crescita che sia socialmente, economicamente ed ecologicamente sostenibile.
E' difficile immaginare che tutto questo possa avvenire senza un ruolo attivo e innovativo sia da parte delle imprese, che purtroppo nel nostro Paese riservano poche risorse al settore della ricerca, sia da parte delle istituzioni pubbliche. Troppo spesso, negli anni passati, lo Stato e le pubbliche amministrazioni sono state rappresentate come fossero unicamente luogo di sprechi, di corruzione, di inefficienza.
Queste descrizioni, anche quando fondate su episodi e fatti reali, avevano il grande difetto della generalizzazione. Non solo perché, accanto alle inerzie burocratiche, nella pubblica amministrazione non mancano livelli di eccellenza e di alta qualificazione professionale. Ma perché l'intervento statale o comunque pubblico è stato spesso decisivo in molti paesi occidentali per promuovere e sostenere l'innovazione.
Così è stato negli Stati Uniti per la rivoluzione digitale o in Germania per il successo dell'industria. L'investimento pubblico per la ricerca, se ben indirizzato, arriva laddove quello privato preferisce non avventurarsi. Questa è la sua forza.
C'è quindi bisogno dello Stato e delle sue risorse migliori, se vogliamo che la ricerca, la conoscenza, l'innovazione siano il volano di un nuovo sviluppo.
La terza scelta è quella di mettere al centro delle politiche pubbliche l'obiettivo di creare lavoro. E a questo proposito siamo chiamati tutti a rispondere a domande semplici e non più eludibili.
Qual è il modo per restituire ai giovani la speranza di una vita dignitosa ? Negli anni passati si è seguita la strada delle riforme del mercato del lavoro con l'obiettivo di renderlo più flessibile e ci si è spinti fino a trasformare la flessibilità in precarietà, in assenza di reti di protezione. E' ora di fare un bilancio. Le statistiche dicono che il numero dei senza lavoro, in particolare tra i giovani, non è diminuito ma aumentato.
Si torna a discutere del superamento dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Voglio essere chiara anche su questo punto. Nei mesi scorsi ho incontrato molti imprenditori, sia a Montecitorio che nei territori. La stragrande maggioranza non mi ha parlato della necessità di abolire l'articolo 18, ma ha segnalato ben altre priorità : alleggerire il carico fiscale, favorire l'accesso al credito, semplificare le procedure burocratiche, avere una giustizia civile che sia efficiente e rapida, disporre di infrastrutture moderne, estendere la banda larga. A proposito, credo che abbia impressionato,ma non sorpreso, anche voi la sintesi sui ritardi del Paese in materia digitale che il Corriere faceva qualche giorno fa: siamo al 98esimo posto nel mondo, e ultimi in Europa, per velocità di download domestico (quattro anni fa eravamo 70esimi); mentre le imprese europee in media ricavano dal web il 14% de fatturato, noi siamo fermi ad un magro 7%.
Queste mi sembrano le priorità, su questo vorrei che crescesse l'attenzione e se necessario la polemica.
Un grande progetto per il lavoro è necessario anche per combattere la stortura maggiore di questi tempi e cioè la crescita inarrestabile delle diseguaglianze sociali. E in un paese come l'Italia queste fratture sociali si ripercuotono anche come diseguaglianze territoriali. Il Rapporto Svimez del luglio scorso sull'economia del Mezzogiorno ci dice che il Sud scivola sempre più nell'arretramento. Rispetto al resto del paese crollano il Pil pro capite, i consumi delle famiglie, gli investimenti dell'industria e il numero degli occupati. Aumenta invece in cinque anni di due volte e mezzo il numero delle famiglie assolutamente povere.
Eppure del Mezzogiorno non si parla più, ma questa rimozione è un segno di miopia politica : qualcuno può immaginare una ripresa economica che prescinda dal Mezzogiorno ? L'Italia può rialzarsi, sì. Ma tutta insieme. E soltanto tutta insieme può competere sulla scena globale.
Ecco che sorge una nuova domanda : su che cosa deve far leva l'Italia perché sia davvero competitiva nel mercato internazionale?
Competitività non vuol dire comprimere i salari dei lavoratori, né delocalizzare la produzione, desertificando le aree produttive e gonfiando le già nutrite schiere dei senza lavoro. Vuol dire invece puntare su prodotti di qualità verso i quali permane una domanda nei mercati internazionali.
Vuol dire che l'Italia, per riprendersi, oltre che sui settori manifatturieri tradizionali deve puntare sulla cultura, sull'innovazione tecnologica, sulla tutela del territorio e sulle nuove sfide dell'agricoltura e dell'alimentazione, che è poi il grande tema di Expo 2015.
Un paese come l'Italia può essere più di tanti altri all'avanguardia nella green economy. Basta volerlo e destinare a questo obiettivo le energie istituzionali, sociali ed economiche necessarie.
Ieri ero a Mantova al festival della letteratura, dove ho avuto l'opportunità di ascoltare Jeremy Rfikin. Mi ha colpito l'esortazione verso il nostro Paese perché torni ad avere fiducia nel proprio Dna, nella propria creatività, nel saper fare. Così come condivido l'appello a non fermarsi alle riforme, che pur vanno fatte, ma ad avere un visione che ci porti fuori dal XX secolo in termini di modelli produttivi, infrastrutture, energia, condivisione. E pensando proprio al talento degli italiani, vorrei ricordare che domani alla fiera internazionale di Chicago sarà un italiano, il torinese Michele Anoé, a realizzare la prima automobile con una stampante 3D. Questo significa che l'intera carrozzeria uscirà come unico pezzo da una stampante. Una dimensione veramente rivoluzionaria se la guardiamo in prospettiva. Nei prossimi trent'anni il nostro Paese deve puntare ad una riconversione delle infrastrutture, in altre parole deve lavorare a nuove reti di trasporto, di comunicazione, di produzione delle energie rinnovabili, di ristrutturazione intelligente, smart, degli edifici. Uno sviluppo sostenibile che sia al tempo stesso rispettoso dell'ambiente e capace di creare nuovi posti di lavoro.
Ma intanto per attivare questo meccanismo virtuoso serve un doppio livello di intervento : abbassare le tasse sulle imprese che investono e rendere molto più agevole l'accesso al credito. Questa situazione va assolutamente cambiata, se vogliamo che l'economia torni a respirare, con una nuova fiducia e un rinato ottimismo.
Signore e Signori,
Ho cercato di parlare chiaro e di non nascondere o edulcorare quelle difficoltà strutturali del nostro paese. Ma la presa d'atto dei problemi non deve nella maniera più assoluta spingere al pessimismo e alla rassegnazione.
L'Italia resta un grande Paese, con grandi risorse. Alla politica il compito di riconoscerle, sostenerle, valorizzarle. Al mondo delle imprese invece spetta essere protagonista di questo cambiamento e sono certa che le aziende italiane vorranno esserlo, con il loro bacino di conoscenza e di relazioni tra le persone e con il territorio, con il loro capitale umano prima ancora che finanziario. Questa ricchezza saprà mettersi al servizio del Paese e del suo futuro.
È una prova difficile, ma comunque stimolante e confidò che l'Italia c'è la farà, che saprà dare alle nuove generazioni una prospettiva di vita degna.
Intervento al dibattito 'L'Italia nel quadro globale', nell'ambito del Forum 'Lo scenario di oggi e di domani per le strategie competitive', organizzato da 'The European House Ambrosetti'
Signore e Signori, Ringrazio per l'invito che mi è stato rivolto per intervenire a questo incontro. E' un'occasione importante per ascoltare e per confrontarsi sulla realtà che vive il nostro Paese ed è bene quindi parlare con schiettezza e senza reticenza, come cercherò di fare, entrando subito nel merito delle questioni. Le cifre della nostra crisi non le ripeterò, suppongo che le abbiate sviscerate per due giorni. Abbiamo da poco ricominciato a pronunciare la parola recessione e ci si interroga su quando arriverà la ripresa.
Ma io mi chiedo se sia giusto usare questa parola : "ripresa". Come se si dovesse superare un malessere momentaneo e semplicemente tornare alla situazione precedente. Ecco, io non penso affatto che una crisi di questo tipo possa essere considerata una parentesi.
Questa crisi è uno spartiacque. E non se ne viene ancora fuori perché non si stanno affrontando le cause strutturali che l'hanno determinata.
Ma da qui dobbiamo ricominciare, da queste cause che risiedono in un modello, in un'idea dello sviluppo che si è rivelata fallimentare.
Al centro di questa idea c'era la convinzione che il mercato avesse una propria autonoma capacità di autoregolazione e che lo Stato dovesse rinunciare a qualunque funzione attiva nei confronti dell'economia.
A fronte di un notevole arricchimento privato di poche persone, si è determinato un drastico impoverimento non solo delle classi medie ma di tutto il tessuto sociale. Per questo la nostra economia si è ammalata.
Su questa malattia si è poi innestata la cura sbagliata. Le politiche cosiddette di austeritàhanno tolto ogni respiro a paesi già in grande difficoltà, perché si sono tradotte nell'assenza totale di sostegno pubblico ai consumi, alla produzione, alla ricerca. Questa mancanza di un intervento pubblico attivo ha anche minato la credibilità delle istituzioni. Ecco perché lasciarci alle spalle questa crisi non è soltanto una esigenza sociale ma è anche una grande priorità democratica.
Per farlo però non servono palliativi e operazioni di maquillage. Serve una svolta di ampia portata.
E' necessaria, innanzitutto, una governance sovranazionale che sia efficace e democratica al tempo stesso. Serve più Europa : un vero governo e un vero Parlamento dell'Unione. Serve un'Europa capace di competere con le grandi potenze economiche emergenti, tanto più in un momento in cui si stanno negoziando nuovi accordi commerciali internazionali che andranno ad incidere su imprese e cittadini.
Ha ragione chi dice che la svolta deve partire da Bruxelles. Tra i dati che hanno fatto più discutere nel mese di agosto ci sono stati quelli tedeschi che dimostrano un calo del Pil anche in Germania. Ecco : la svolta serve a tutti, anche alle economie più forti.
E per l'Europa la svolta significa appunto lasciarsi alle spalle le politiche di austerità. Attenzione : non sto dicendo che dobbiamo rinunciare al rigore nella gestione dei conti pubblici. Questo rigore lo ritengo assolutamente necessario, perché si tratta di soldi dei cittadini. E anche alla Camera stiamo proseguendo in una politica di riduzione delle spese e di lotta agli sprechi che ha fatto risparmiare allo Stato in soli due anni 138 milioni di euro. E intendiamo andare avanti su questa strada.
Voltare pagina rispetto alle politiche di austerità significa un'altra cosa e cioè che servono misure di stimolo all'economia, investimenti pubblici e privati volti a creare lavoro, a far aumentare i consumi, a sostenere la ricerca e l'innovazione. Significa che per i prossimi anni la priorità deve essere la crescita, ma una crescita che sia socialmente, economicamente ed ecologicamente sostenibile.
E' difficile immaginare che tutto questo possa avvenire senza un ruolo attivo e innovativo sia da parte delle imprese, che purtroppo nel nostro Paese riservano poche risorse al settore della ricerca, sia da parte delle istituzioni pubbliche. Troppo spesso, negli anni passati, lo Stato e le pubbliche amministrazioni sono state rappresentate come fossero unicamente luogo di sprechi, di corruzione, di inefficienza.
Queste descrizioni, anche quando fondate su episodi e fatti reali, avevano il grande difetto della generalizzazione. Non solo perché, accanto alle inerzie burocratiche, nella pubblica amministrazione non mancano livelli di eccellenza e di alta qualificazione professionale. Ma perché l'intervento statale o comunque pubblico è stato spesso decisivo in molti paesi occidentali per promuovere e sostenere l'innovazione.
Così è stato negli Stati Uniti per la rivoluzione digitale o in Germania per il successo dell'industria. L'investimento pubblico per la ricerca, se ben indirizzato, arriva laddove quello privato preferisce non avventurarsi. Questa è la sua forza.
C'è quindi bisogno dello Stato e delle sue risorse migliori, se vogliamo che la ricerca, la conoscenza, l'innovazione siano il volano di un nuovo sviluppo.
La terza scelta è quella di mettere al centro delle politiche pubbliche l'obiettivo di creare lavoro. E a questo proposito siamo chiamati tutti a rispondere a domande semplici e non più eludibili.
Qual è il modo per restituire ai giovani la speranza di una vita dignitosa ? Negli anni passati si è seguita la strada delle riforme del mercato del lavoro con l'obiettivo di renderlo più flessibile e ci si è spinti fino a trasformare la flessibilità in precarietà, in assenza di reti di protezione. E' ora di fare un bilancio. Le statistiche dicono che il numero dei senza lavoro, in particolare tra i giovani, non è diminuito ma aumentato.
Si torna a discutere del superamento dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Voglio essere chiara anche su questo punto. Nei mesi scorsi ho incontrato molti imprenditori, sia a Montecitorio che nei territori. La stragrande maggioranza non mi ha parlato della necessità di abolire l'articolo 18, ma ha segnalato ben altre priorità : alleggerire il carico fiscale, favorire l'accesso al credito, semplificare le procedure burocratiche, avere una giustizia civile che sia efficiente e rapida, disporre di infrastrutture moderne, estendere la banda larga. A proposito, credo che abbia impressionato,ma non sorpreso, anche voi la sintesi sui ritardi del Paese in materia digitale che il Corriere faceva qualche giorno fa: siamo al 98esimo posto nel mondo, e ultimi in Europa, per velocità di download domestico (quattro anni fa eravamo 70esimi); mentre le imprese europee in media ricavano dal web il 14% de fatturato, noi siamo fermi ad un magro 7%.
Queste mi sembrano le priorità, su questo vorrei che crescesse l'attenzione e se necessario la polemica.
Un grande progetto per il lavoro è necessario anche per combattere la stortura maggiore di questi tempi e cioè la crescita inarrestabile delle diseguaglianze sociali. E in un paese come l'Italia queste fratture sociali si ripercuotono anche come diseguaglianze territoriali. Il Rapporto Svimez del luglio scorso sull'economia del Mezzogiorno ci dice che il Sud scivola sempre più nell'arretramento. Rispetto al resto del paese crollano il Pil pro capite, i consumi delle famiglie, gli investimenti dell'industria e il numero degli occupati. Aumenta invece in cinque anni di due volte e mezzo il numero delle famiglie assolutamente povere.
Eppure del Mezzogiorno non si parla più, ma questa rimozione è un segno di miopia politica : qualcuno può immaginare una ripresa economica che prescinda dal Mezzogiorno ? L'Italia può rialzarsi, sì. Ma tutta insieme. E soltanto tutta insieme può competere sulla scena globale.
Ecco che sorge una nuova domanda : su che cosa deve far leva l'Italia perché sia davvero competitiva nel mercato internazionale?
Competitività non vuol dire comprimere i salari dei lavoratori, né delocalizzare la produzione, desertificando le aree produttive e gonfiando le già nutrite schiere dei senza lavoro. Vuol dire invece puntare su prodotti di qualità verso i quali permane una domanda nei mercati internazionali.
Vuol dire che l'Italia, per riprendersi, oltre che sui settori manifatturieri tradizionali deve puntare sulla cultura, sull'innovazione tecnologica, sulla tutela del territorio e sulle nuove sfide dell'agricoltura e dell'alimentazione, che è poi il grande tema di Expo 2015.
Un paese come l'Italia può essere più di tanti altri all'avanguardia nella green economy. Basta volerlo e destinare a questo obiettivo le energie istituzionali, sociali ed economiche necessarie.
Ieri ero a Mantova al festival della letteratura, dove ho avuto l'opportunità di ascoltare Jeremy Rfikin. Mi ha colpito l'esortazione verso il nostro Paese perché torni ad avere fiducia nel proprio Dna, nella propria creatività, nel saper fare. Così come condivido l'appello a non fermarsi alle riforme, che pur vanno fatte, ma ad avere un visione che ci porti fuori dal XX secolo in termini di modelli produttivi, infrastrutture, energia, condivisione. E pensando proprio al talento degli italiani, vorrei ricordare che domani alla fiera internazionale di Chicago sarà un italiano, il torinese Michele Anoé, a realizzare la prima automobile con una stampante 3D. Questo significa che l'intera carrozzeria uscirà come unico pezzo da una stampante. Una dimensione veramente rivoluzionaria se la guardiamo in prospettiva. Nei prossimi trent'anni il nostro Paese deve puntare ad una riconversione delle infrastrutture, in altre parole deve lavorare a nuove reti di trasporto, di comunicazione, di produzione delle energie rinnovabili, di ristrutturazione intelligente, smart, degli edifici. Uno sviluppo sostenibile che sia al tempo stesso rispettoso dell'ambiente e capace di creare nuovi posti di lavoro.
Ma intanto per attivare questo meccanismo virtuoso serve un doppio livello di intervento : abbassare le tasse sulle imprese che investono e rendere molto più agevole l'accesso al credito. Questa situazione va assolutamente cambiata, se vogliamo che l'economia torni a respirare, con una nuova fiducia e un rinato ottimismo.
Signore e Signori,
Ho cercato di parlare chiaro e di non nascondere o edulcorare quelle difficoltà strutturali del nostro paese. Ma la presa d'atto dei problemi non deve nella maniera più assoluta spingere al pessimismo e alla rassegnazione.
L'Italia resta un grande Paese, con grandi risorse. Alla politica il compito di riconoscerle, sostenerle, valorizzarle. Al mondo delle imprese invece spetta essere protagonista di questo cambiamento e sono certa che le aziende italiane vorranno esserlo, con il loro bacino di conoscenza e di relazioni tra le persone e con il territorio, con il loro capitale umano prima ancora che finanziario. Questa ricchezza saprà mettersi al servizio del Paese e del suo futuro.
È una prova difficile, ma comunque stimolante e confidò che l'Italia c'è la farà, che saprà dare alle nuove generazioni una prospettiva di vita degna.
Nei diversi ruoli, buon lavoro a tutti noi.