Inaugurazione della Giornata di studio sulla Prima Guerra mondiale, promossa dalla Fondazione 'Giuseppe Di Vagno'
Buon giorno a tutti voi. Ringrazio la Fondazione Di Vagno per avermi invitata a questa giornata di studio sulla prima guerra mondiale e sul suo rapporto con le varie culture politiche dell'epoca. Ho aderito volentieri al vostro invito sia per la rilevanza dei temi trattati, sia perché iniziative come questa alimentano una consapevolezza della storia del nostro Paese che è fondamentale anche per confrontarsi con i problemi di oggi.
Tra i soggetti che portano avanti al meglio questa missione, c'è la Fondazione Di Vagno, legata ad una tradizione - quella del socialismo pugliese - che ha una grande importanza nella storia del nostro Paese.
Giuseppe di Vagno, caduto assassinato poco più che trentenne, fu il primo deputato martire del fascismo. Apparteneva ad una cultura politica fortemente riformista, attenta alla concretezza dei problemi sociali e lontana dal massimalismo, che ebbe tra i suoi esponenti anche il figlio, Giuseppe, illustre parlamentare della nostra Repubblica, uomo di governo e appassionato esponente del meridionalismo, scomparso un anno fa.
Giuseppe Di Vagno viene ricordato come una figura di straordinario rigore e passione civile, per la sua capacità di animare le lotte sociali in favore dei braccianti, per il suo vero e proprio culto per la democrazia, per la libertà e la pace tra i popoli.
Un "gigante buono". Così lo definivano i suoi compagni di partito, per indicare non solo una qualità morale, ma uno stile nel fare politica che era generoso ed energico al tempo stesso.
Gli anniversari e le celebrazioni sono un'occasione importante per riflettere sul nostro passato soltanto quando, come nel caso di questo convegno, non si riducono a momenti puramente formali e sono una vera occasione di approfondimento.
Bisogna dire allora, innanzitutto, che la prima guerra mondiale è stata una guerra sanguinosissima, esplosa senza che gli Stati avessero piena consapevolezza del meccanismo di morte che avevano innescato. Nel caso dell'Italia, il numero delle vittime è stato maggiore - e di gran lunga - di quello di qualunque altro conflitto affrontato dal nostro Paese. Un'intera generazione di giovani è stata falcidiata. Giovani, spesso di umili origini, provenienti da ogni parte della Penisola, furono condotti a combattere in una guerra di cui molti faticavano a comprendere le ragioni.
L'entità di questa tragedia, che, come sappiamo, non diede poi all'Europa un dopoguerra di pace, ma anzi favorì l'affermazione di violente dittature su buona parte del Continente, deve farci riflettere su quanto sia rischioso ancora oggi basare le relazioni tra gli Stati sulla minaccia dell'uso di strumenti militari.
Da questo punto di vista, la nostra fondamentale bussola è l'articolo 11 della Costituzione, che esclude, anzi "ripudia" la guerra non solo come strumento di offesa, ma anche come « mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Si tratta di una conquista fondamentale, alla quale, agli inizi del Novecento, gli Stati europei non erano ancora preparati. C'era anzi l'idea della guerra come strumento politico ( "la prosecuzione della politica con altri mezzi"), e, per alcune culture politiche, lo strumento fondamentale nei rapporti internazionali.
Parlando a Redipuglia la settimana scorsa, proprio di fronte al sacrario dei caduti del primo conflitto mondiale, Papa Francesco ha definitivo la guerra "una follia". E ha pienamente ragione : le guerre portano distruzione e morte. E i primi a farne le spese non sono i militari ma i civili, come dimostrano le cronache dei purtroppo numerosi conflitti che stanno insanguinando il mondo attuale. Milioni di persone innocenti e inermi cadono vittime dei bombardamenti o vedono le loro case distrutte, o vengono costrette ad abbandonare le loro città e i loro paesi in cerca di pace e sicurezza.
Ma voglio farvi partecipi di una mia riflessione. Una riflessione che mi viene dalla più che ventennale esperienza fatta con le agenzie delle Nazioni Unite. Mi è capitato di essere presente in tante zone in cui veniva praticata la pulizia etnica, che significa stupri di massa, fosse comuni, annientamento di intere popolazioni. O in zone in cui venivano sistematicamente violati i diritti umani fondamentali. Ebbene, in quelle occasioni, di fronte a tanto orrore, io che pure rifiuto la logica della guerra e della violenza, mi chiedevo se fosse giusto che la comunità internazionale rimanesse con le mani in mano, se fosse umanamente accettabile non reagire a quei soprusi. E ancora oggi la penso così : l'indifferenza e l'immobilismo sono colpevoli. Il mondo che lasciamo ai nostri figli non deve essere certamente preda dei guerrafondai e dei mercanti di armi. Ma non deve essere preda neanche dei tagliagole e dei seminatori di odio ! Gli organismi internazionali sono chiamati in questo senso ad assumere nuove e importanti responsabilità.
Giustamente il Presidente Napolitano, intervenendo di recente su questi temi, ha ribadito la necessità di eliminare i nazionalismi e di dare nuova forza al processo di integrazione europea. Un processo che è nato proprio dall'esperienza distruttiva delle due guerre mondiali e dalla consapevolezza degli orrori a cui avevano portato i nazionalismi, i razzismi, le dittature e la violenza politica.
La decisione di prendere parte alla prima guerra mondiale divise profondamente la società italiana, anche perché tale decisione fu in qualche modo imposta al Parlamento dal Governo e dalle minoranze nazionaliste.
Di Vagno appartenne a quelle correnti politiche che approdarono al neutralismo e al pacifismo rifiutando l'idea di una guerra di conquista, distruttiva per le classi più umili e in grado di arrestare i progressi economici e sociali compiuti negli anni precedenti.
Non dobbiamo tuttavia dimenticare che le posizioni politiche, varie e complesse assunte di fronte al conflitto, riguardarono solo una parte della popolazione, quella che, in un Paese per tanti aspetti ancora arretrato, aveva modo di partecipare attivamente alla vita pubblica. Per la maggioranza dei nostri concittadini la guerra si presentò unicamente nella forma di un richiamo alle armi che portò decine di migliaia di contadini e operai a lasciare le loro case per il fronte.
Il nostro pensiero va ai tanti italiani che persero la vita nei lunghi anni di quel conflitto e che sono ricordati nei tanti monumenti ai caduti che punteggiano le nostre città grandi e piccole. Monumenti che esprimono non la retorica militarista ma la vicinanza delle comunità ai loro figli. L'Italia si ritrovò unita da quell'immane tragedia.
Poi, dopo la guerra, l'Italia conobbe la lunga notte della dittatura fascista e l'orrore di un nuovo conflitto mondiale. Con il ritorno alla pace e alla democrazia, gli italiani si dotarono di nuove istituzioni democratiche, tornarono i partiti politici, i sindacati, la libera stampa. Ma il nostro rimase un paese diviso, non solo dal punto di vista sociale ma anche territoriale. Tutte le forze popolari si cimentarono con quella che venne chiamata la "questione meridionale" e ne fecero un grande tema del dibattito pubblico nazionale.
Devo confessarvi che a me colpisce il fatto che oggi del nostro mezzogiorno non si parli più : sono scomparsi sia la denuncia dei suoi problemi, sia la valorizzazione delle sue potenzialità. E questo è un grande errore perché nessuno può pensare seriamente che l'Italia si riprenderà a prescindere dal Mezzogiorno. Soltanto tutto insieme, nord e sud, il nostro Paese potrà ritrovare la strada del progresso dopo anni di stagnazione.
Concludo, carissimi amici, con una breve riflessione che riguarda il Parlamento.
"La guerra è la peggiore nemica dei Parlamenti". Con queste parole, il socialista riformista Claudio Treves, un compagno tra i più vicini a Giuseppe Di Vagno, lamentava il sostanziale esautoramento della rappresentanza politica sia dalla decisione dell'entrata in guerra dell'Italia, che dalla gestione del conflitto.
La prevalenza del potere esecutivo unita alla pressione della protesta di piazza di un secolo fa contribuì a liquidare il già incerto prestigio del Parlamento del tempo, in cui l'avvento dei partiti politici di massa non era ancora riuscito a scalfire il predominio del trasformismo e del clientelismo. In particolare, la concessione al Governo dei pieni poteri per tutta la durata della guerra insinuò nell'opinione pubblica la persuasione dell'inutilità delle istituzioni rappresentative, aprendo la strada alla definitiva demolizione del sistema parlamentare liberale da parte del regime fascista. A poco valse, malauguratamente, la rivendicazione del ruolo del Parlamento da parte di una piccola schiera di sinceri democratici, tra cui Di Vagno figurava senz'altro con la sua riconosciuta serietà e caparbietà.
A rileggere i giornali politici ed i discorsi parlamentari di quell'epoca, ci si imbatterebbe nella consueta serie dei luoghi comuni della retorica anti-parlamentare, esacerbati dal clima bellico: l'accusa di vaniloquio, la contestazione della lentezza procedurale, la denuncia dell'imboscamento rispetto all'esperienza del fronte. Sono temi che purtroppo hanno riecheggiato in tante fasi successive della storia nazionale e tuttora riecheggiano nella polemica politica. Oggi però, a differenza di un secolo fa, l'Italia è una Repubblica democratica e il nostro Parlamento può contare non solo sulla tutela formale della Costituzione, ma anche sulla maturità della coscienza civile dei cittadini, purché sappia dare ascolto al monito di un altro grande antifascista, pugliese come Di Vagno, Gaetano Salvemini: "trasformare le proteste in riforme".
E' stata proprio questa la motivazione principale che mi ha spinto all'impegno politico e istituzionale : non ci si può fermare alla denuncia delle cose che non vanno senza impegnarsi in prima persona per cambiarle. Ed è con questo spirito e questa ambizione di costruire giorno per giorno il cambiamento necessario, che mi sforzo di esercitare l'importante ruolo che la Camera mi ha chiamato a svolgere.
Sono certa che il Parlamento saprà riconquistarsi il ruolo e il prestigio che merita come massima sede di rappresentanza del popolo italiano.
Forte di questa fiducia ho accolto il vostro invito ad essere qui a Conversano per rinnovare l'omaggio che tanti miei predecessori alla presidenza della Camera, e lo stesso Presidente della Repubblica, hanno reso negli anni insieme a tutti voi alla figura di Giuseppe Di Vagno, al suo socialismo di profonda matrice umanitaria, al suo coraggio politico, alla sua testimonianza civile.
Inaugurazione della Giornata di studio sulla Prima Guerra mondiale, promossa dalla Fondazione 'Giuseppe Di Vagno'
Buon giorno a tutti voi. Ringrazio la Fondazione Di Vagno per avermi invitata a questa giornata di studio sulla prima guerra mondiale e sul suo rapporto con le varie culture politiche dell'epoca. Ho aderito volentieri al vostro invito sia per la rilevanza dei temi trattati, sia perché iniziative come questa alimentano una consapevolezza della storia del nostro Paese che è fondamentale anche per confrontarsi con i problemi di oggi.
Tra i soggetti che portano avanti al meglio questa missione, c'è la Fondazione Di Vagno, legata ad una tradizione - quella del socialismo pugliese - che ha una grande importanza nella storia del nostro Paese.
Giuseppe di Vagno, caduto assassinato poco più che trentenne, fu il primo deputato martire del fascismo. Apparteneva ad una cultura politica fortemente riformista, attenta alla concretezza dei problemi sociali e lontana dal massimalismo, che ebbe tra i suoi esponenti anche il figlio, Giuseppe, illustre parlamentare della nostra Repubblica, uomo di governo e appassionato esponente del meridionalismo, scomparso un anno fa.
Giuseppe Di Vagno viene ricordato come una figura di straordinario rigore e passione civile, per la sua capacità di animare le lotte sociali in favore dei braccianti, per il suo vero e proprio culto per la democrazia, per la libertà e la pace tra i popoli.
Un "gigante buono". Così lo definivano i suoi compagni di partito, per indicare non solo una qualità morale, ma uno stile nel fare politica che era generoso ed energico al tempo stesso.
Gli anniversari e le celebrazioni sono un'occasione importante per riflettere sul nostro passato soltanto quando, come nel caso di questo convegno, non si riducono a momenti puramente formali e sono una vera occasione di approfondimento.
Bisogna dire allora, innanzitutto, che la prima guerra mondiale è stata una guerra sanguinosissima, esplosa senza che gli Stati avessero piena consapevolezza del meccanismo di morte che avevano innescato. Nel caso dell'Italia, il numero delle vittime è stato maggiore - e di gran lunga - di quello di qualunque altro conflitto affrontato dal nostro Paese. Un'intera generazione di giovani è stata falcidiata. Giovani, spesso di umili origini, provenienti da ogni parte della Penisola, furono condotti a combattere in una guerra di cui molti faticavano a comprendere le ragioni.
L'entità di questa tragedia, che, come sappiamo, non diede poi all'Europa un dopoguerra di pace, ma anzi favorì l'affermazione di violente dittature su buona parte del Continente, deve farci riflettere su quanto sia rischioso ancora oggi basare le relazioni tra gli Stati sulla minaccia dell'uso di strumenti militari.
Da questo punto di vista, la nostra fondamentale bussola è l'articolo 11 della Costituzione, che esclude, anzi "ripudia" la guerra non solo come strumento di offesa, ma anche come « mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Si tratta di una conquista fondamentale, alla quale, agli inizi del Novecento, gli Stati europei non erano ancora preparati. C'era anzi l'idea della guerra come strumento politico ( "la prosecuzione della politica con altri mezzi"), e, per alcune culture politiche, lo strumento fondamentale nei rapporti internazionali.
Parlando a Redipuglia la settimana scorsa, proprio di fronte al sacrario dei caduti del primo conflitto mondiale, Papa Francesco ha definitivo la guerra "una follia". E ha pienamente ragione : le guerre portano distruzione e morte. E i primi a farne le spese non sono i militari ma i civili, come dimostrano le cronache dei purtroppo numerosi conflitti che stanno insanguinando il mondo attuale. Milioni di persone innocenti e inermi cadono vittime dei bombardamenti o vedono le loro case distrutte, o vengono costrette ad abbandonare le loro città e i loro paesi in cerca di pace e sicurezza.
Ma voglio farvi partecipi di una mia riflessione. Una riflessione che mi viene dalla più che ventennale esperienza fatta con le agenzie delle Nazioni Unite. Mi è capitato di essere presente in tante zone in cui veniva praticata la pulizia etnica, che significa stupri di massa, fosse comuni, annientamento di intere popolazioni. O in zone in cui venivano sistematicamente violati i diritti umani fondamentali. Ebbene, in quelle occasioni, di fronte a tanto orrore, io che pure rifiuto la logica della guerra e della violenza, mi chiedevo se fosse giusto che la comunità internazionale rimanesse con le mani in mano, se fosse umanamente accettabile non reagire a quei soprusi. E ancora oggi la penso così : l'indifferenza e l'immobilismo sono colpevoli. Il mondo che lasciamo ai nostri figli non deve essere certamente preda dei guerrafondai e dei mercanti di armi. Ma non deve essere preda neanche dei tagliagole e dei seminatori di odio ! Gli organismi internazionali sono chiamati in questo senso ad assumere nuove e importanti responsabilità.
Giustamente il Presidente Napolitano, intervenendo di recente su questi temi, ha ribadito la necessità di eliminare i nazionalismi e di dare nuova forza al processo di integrazione europea. Un processo che è nato proprio dall'esperienza distruttiva delle due guerre mondiali e dalla consapevolezza degli orrori a cui avevano portato i nazionalismi, i razzismi, le dittature e la violenza politica.
La decisione di prendere parte alla prima guerra mondiale divise profondamente la società italiana, anche perché tale decisione fu in qualche modo imposta al Parlamento dal Governo e dalle minoranze nazionaliste.
Di Vagno appartenne a quelle correnti politiche che approdarono al neutralismo e al pacifismo rifiutando l'idea di una guerra di conquista, distruttiva per le classi più umili e in grado di arrestare i progressi economici e sociali compiuti negli anni precedenti.
Non dobbiamo tuttavia dimenticare che le posizioni politiche, varie e complesse assunte di fronte al conflitto, riguardarono solo una parte della popolazione, quella che, in un Paese per tanti aspetti ancora arretrato, aveva modo di partecipare attivamente alla vita pubblica. Per la maggioranza dei nostri concittadini la guerra si presentò unicamente nella forma di un richiamo alle armi che portò decine di migliaia di contadini e operai a lasciare le loro case per il fronte.
Il nostro pensiero va ai tanti italiani che persero la vita nei lunghi anni di quel conflitto e che sono ricordati nei tanti monumenti ai caduti che punteggiano le nostre città grandi e piccole. Monumenti che esprimono non la retorica militarista ma la vicinanza delle comunità ai loro figli. L'Italia si ritrovò unita da quell'immane tragedia.
Poi, dopo la guerra, l'Italia conobbe la lunga notte della dittatura fascista e l'orrore di un nuovo conflitto mondiale. Con il ritorno alla pace e alla democrazia, gli italiani si dotarono di nuove istituzioni democratiche, tornarono i partiti politici, i sindacati, la libera stampa. Ma il nostro rimase un paese diviso, non solo dal punto di vista sociale ma anche territoriale. Tutte le forze popolari si cimentarono con quella che venne chiamata la "questione meridionale" e ne fecero un grande tema del dibattito pubblico nazionale.
Devo confessarvi che a me colpisce il fatto che oggi del nostro mezzogiorno non si parli più : sono scomparsi sia la denuncia dei suoi problemi, sia la valorizzazione delle sue potenzialità. E questo è un grande errore perché nessuno può pensare seriamente che l'Italia si riprenderà a prescindere dal Mezzogiorno. Soltanto tutto insieme, nord e sud, il nostro Paese potrà ritrovare la strada del progresso dopo anni di stagnazione.
Concludo, carissimi amici, con una breve riflessione che riguarda il Parlamento.
"La guerra è la peggiore nemica dei Parlamenti". Con queste parole, il socialista riformista Claudio Treves, un compagno tra i più vicini a Giuseppe Di Vagno, lamentava il sostanziale esautoramento della rappresentanza politica sia dalla decisione dell'entrata in guerra dell'Italia, che dalla gestione del conflitto.
La prevalenza del potere esecutivo unita alla pressione della protesta di piazza di un secolo fa contribuì a liquidare il già incerto prestigio del Parlamento del tempo, in cui l'avvento dei partiti politici di massa non era ancora riuscito a scalfire il predominio del trasformismo e del clientelismo. In particolare, la concessione al Governo dei pieni poteri per tutta la durata della guerra insinuò nell'opinione pubblica la persuasione dell'inutilità delle istituzioni rappresentative, aprendo la strada alla definitiva demolizione del sistema parlamentare liberale da parte del regime fascista. A poco valse, malauguratamente, la rivendicazione del ruolo del Parlamento da parte di una piccola schiera di sinceri democratici, tra cui Di Vagno figurava senz'altro con la sua riconosciuta serietà e caparbietà.
A rileggere i giornali politici ed i discorsi parlamentari di quell'epoca, ci si imbatterebbe nella consueta serie dei luoghi comuni della retorica anti-parlamentare, esacerbati dal clima bellico: l'accusa di vaniloquio, la contestazione della lentezza procedurale, la denuncia dell'imboscamento rispetto all'esperienza del fronte. Sono temi che purtroppo hanno riecheggiato in tante fasi successive della storia nazionale e tuttora riecheggiano nella polemica politica. Oggi però, a differenza di un secolo fa, l'Italia è una Repubblica democratica e il nostro Parlamento può contare non solo sulla tutela formale della Costituzione, ma anche sulla maturità della coscienza civile dei cittadini, purché sappia dare ascolto al monito di un altro grande antifascista, pugliese come Di Vagno, Gaetano Salvemini: "trasformare le proteste in riforme".
E' stata proprio questa la motivazione principale che mi ha spinto all'impegno politico e istituzionale : non ci si può fermare alla denuncia delle cose che non vanno senza impegnarsi in prima persona per cambiarle. Ed è con questo spirito e questa ambizione di costruire giorno per giorno il cambiamento necessario, che mi sforzo di esercitare l'importante ruolo che la Camera mi ha chiamato a svolgere.
Sono certa che il Parlamento saprà riconquistarsi il ruolo e il prestigio che merita come massima sede di rappresentanza del popolo italiano.
Forte di questa fiducia ho accolto il vostro invito ad essere qui a Conversano per rinnovare l'omaggio che tanti miei predecessori alla presidenza della Camera, e lo stesso Presidente della Repubblica, hanno reso negli anni insieme a tutti voi alla figura di Giuseppe Di Vagno, al suo socialismo di profonda matrice umanitaria, al suo coraggio politico, alla sua testimonianza civile.
Grazie e buon lavoro.