Partecipazione alla Conferenza 'Parigi Clima 2015: tre proposte innovative dall'Italia', promossa dalla Fondazione 'Centro per un Futuro Sostenibile'
Mi fa molto piacere aprire i lavori di questo convegno dedicato al tema "Parigi Clima 2015: tre proposte innovative dall'Italia", promosso dalla Fondazione Centro per un Futuro Sostenibile presieduta da Francesco Rutelli, che ringrazio per l'invito che mi ha rivolto ad essere presente qui, oggi. Quando ci sono "proposte innovative dall'Italia", ritengo che le istituzioni debbano essere presenti. Saluto tutte le autorità e gli esperti che interverranno per confrontarsi su un argomento di straordinaria importanza, come è quello del cambiamento climatico, delle cause che lo determinano e delle soluzioni più adatte per farvi fronte.
Un argomento che da tempo non è più un fatto tecnico, riservato a pochi addetti ai lavori. E' diventata una grande questione di rilevanza politica che riguarda il destino di miliardi di esseri umani e che per questo interpella la responsabilità di tutti noi. In Italia però, a differenza di altri paesi, questo tema stenta ancora a farsi largo nell'agenda politica e nel dibattito pubblico. Si fa una gran fatica a parlarne, mentre in altri Paesi è considerato cruciale.
Preparando questo intervento mi è tornata alla mente la famosa massima (attribuita ai nativi americani): " Noi non ereditiamo il mondo dai nostri padri, ma lo prendiamo in prestito dai nostri figli".
Ormai nessuno può fingere di non sapere: il cambiamento del clima indotto dall'intervento umano sta provocando una serie di effetti a catena che rischiano di andare fuori controllo e di compromettere irreparabilmente il futuro della Terra che abitiamo. E tutto è avvenuto in un lasso di tempo ristretto: cambiamenti di tale rapidità non si sono mai verificati nel corso degli ultimi 10.000 anni, durante i quali il clima terrestre è risultato relativamente stabile.
Gli eventi atmosferici catastrofici, che causano la distruzione di interi territori e la morte di migliaia di persone, così come la scarsità di risorse - che sono alla base di conflitti e dunque di migrazioni forzate delle popolazioni - rappresentano solo alcuni degli effetti negativi riconducibili direttamente o indirettamente a questo fenomeno di dimensione planetaria.
Anche su questo, nel suo discorso alla conferenza mondiale sulla nutrizione nel novembre scorso qui a Roma, Papa Francesco ha speso parole chiare, quando ha detto che rispetto alle offese che le arrechiamo, la Terra non perdona mai. Di qui il nostro dovere di custodia della Terra, affinché non risponda con la distruzione alle alterazioni introdotte dall'uomo.
Ma nonostante le evidenze relative alle ripercussioni dei cambiamenti climatici sugli organismi, sulle comunità e sugli ecosistemi, si continua a rimandare il momento delle scelte. Quelle scelte politiche coraggiose e lungimiranti, condivise su scala internazionale perché l'umanità è una sola e le grandi questioni globali si possono affrontare solo sulla base di un difficile, ma necessario, progetto collettivo.
Ma serve anche una nuova cultura, un nuovo modo di pensare il mondo e i nostri stessi stili di vita. Ho detto prima che il tema dei cambiamenti climatici non è più una questione da addetti ai lavori. Ma questo non significa, mi dispiace dirlo, che ci siano nella vita quotidiana delle persone i segni della consapevolezza di quanto sia cruciale, per fronteggiarlo, che ciascuno si responsabilizzi e modifichi le proprie abitudini. Vediamo purtroppo quanto sia difficile nel nostro paese arrivare a praticare la raccolta differenziata dei rifiuti, ad usare con parsimonia le risorse idriche, a contenere gli sprechi alimentari, a privilegiare il trasporto pubblico rispetto a quello privato.
E' per mantenere uno stile di vita consumistico ed energivoro che si producono quelle emissioni che determinano l'inquinamento e il global warming. Per questo il paradigma della sostenibilità deve rappresentare la cultura del presente e del futuro. E io penso che l'educazione ad uno stile di vita sostenibile, al rispetto del pianeta, debba essere presente nei programmi scolastici e rappresentare un elemento fondamentale della formazione dei giovani. Le classi dirigenti sono chiamate in questo campo a dare l'esempio. La politica, innanzitutto, che deve uscire dalla contrapposizione tra sviluppo e salvaguardia dell'ambiente, con chiare scelte di campo. La green economy, infatti, può rappresentare il volano di una crescita importante e di tipo nuovo, come hanno dimostrato anche i risultati dell'indagine conoscitiva realizzata dalla Commissione Ambiente della Camera.
La Germania, che è la grande potenza economica che conosciamo, è all'avanguardia nell'uso delle energie rinnovabili. Già oggi in quel paese milioni di persone producono la propria elettricità con i pannelli solari. E si è data l'obiettivo del 35% di rinnovabili nel 2020 e del 100% nel 2040. E tutto questo avrà una conseguenza positiva non solo per la tutela dell'ambiente ma anche per l'economia, visto che né il sole, né il vento mandano la bolletta dei consumi a casa, come ci ha ricordato nei giorni scorsi, qui a Montecitorio, Jeremy Rifkin, nell'ambito di una Conferenza dei Presidenti dei Parlamenti dell'Unione Europea, che noi, Presidenza italiana, abbiamo voluto avesse al centro proprio il tema delle nuove prospettive della crescita nel nostro continente, insieme a quello dei diritti fondamentali. Ma oltre alla politica questa scelta, di non contrapporre più lo sviluppo alla protezione dell'ambiente, deve farla anche il mondo economico : cambiare strada è giusto ma è anche utile. Ho visto con piacere, a questo proposito, che in una recente intervista il nuovo Ministro alle infrastrutture Graziano Delrio ha affermato che "finisce l'era delle grandi opere e si torna ad una concezione moderna. Dove le opere sono anche la lotta al dissesto idrogeologico, la mobilità urbana, le scuole".
E' del tutto legittima, ovviamente, la ricerca del profitto da parte delle imprese, ma il profitto può arrivare anche senza avvelenare l'aria, anche senza consumare territorio agricolo e spazi paesaggistici.
Vorrei cogliere questa occasione per rivolgermi agli imprenditori, soprattutto ai giovani imprenditori sollecitandoli ad essere innovatori, ad essere ideatori, protagonisti e realizzatori di un futuro di crescita che sia sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale. I Paesi industrializzati hanno certamente responsabilità maggiori degli altri nell'affrontare questa grande questione. L'Unione europea ha da tempo posto la lotta ai cambiamenti climatici e la riduzione delle emissioni fra gli obiettivi primari delle proprie politiche. Un fatto positivo perché così facendo l'Europa dimostra di non essere solo il prodotto di faticosi compromessi sul piano monetario o commerciale, ma un progetto politico dalle grandi potenzialità, capace di prendersi cura del benessere dei suoi cittadini.
I primi risultati di queste politiche sono incoraggianti ma certamente ancora lontani da quanto sarebbe necessario per riportare sotto controllo il fenomeno dei cambiamenti climatici. L'Unione europea si può presentare con buone credenziali al prossimo round di negoziati a livello globale, che avrà luogo a Parigi in dicembre. Ma è un appuntamento che si prospetta difficile e dall'esito tuttora molto incerto.
Mi sembra fondamentale, allora, che anche il nostro paese possa dare il proprio contributo al buon esito dei negoziati, attraverso proposte coraggiose e innovative come quelle che sono avanzate nel convegno odierno.
Tra queste vorrei sottolineare quella relativa ai temi della deforestazione, dell'agricoltura, della tutela del paesaggio e dell'alimentazione. Si tratta di sfide importanti, sulle quali sono impegnate le Agenzie delle Nazioni Unite e che, come sapete, costituiscono il tema centrale di Expo 2015.
Le politiche ambientali non devono più essere percepite quindi come un freno allo sviluppo, ma all'opposto come una straordinaria opportunità di crescita e di nuova occupazione che anche l'Italia deve saper cogliere pienamente. Un altro modello di sviluppo è davvero possibile, ma c'è bisogno di una strategia di grande respiro, che affianchi la riduzione delle emissioni ad interventi su altri campi, dall'efficienza energetica al riciclo dei rifiuti, dal contrasto alla deforestazione alla lotta allo spreco alimentare. Solo così il progetto di una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva sarà concretamente alla nostra portata.
Partecipazione alla Conferenza 'Parigi Clima 2015: tre proposte innovative dall'Italia', promossa dalla Fondazione 'Centro per un Futuro Sostenibile'
Mi fa molto piacere aprire i lavori di questo convegno dedicato al tema "Parigi Clima 2015: tre proposte innovative dall'Italia", promosso dalla Fondazione Centro per un Futuro Sostenibile presieduta da Francesco Rutelli, che ringrazio per l'invito che mi ha rivolto ad essere presente qui, oggi. Quando ci sono "proposte innovative dall'Italia", ritengo che le istituzioni debbano essere presenti. Saluto tutte le autorità e gli esperti che interverranno per confrontarsi su un argomento di straordinaria importanza, come è quello del cambiamento climatico, delle cause che lo determinano e delle soluzioni più adatte per farvi fronte.
Un argomento che da tempo non è più un fatto tecnico, riservato a pochi addetti ai lavori. E' diventata una grande questione di rilevanza politica che riguarda il destino di miliardi di esseri umani e che per questo interpella la responsabilità di tutti noi. In Italia però, a differenza di altri paesi, questo tema stenta ancora a farsi largo nell'agenda politica e nel dibattito pubblico. Si fa una gran fatica a parlarne, mentre in altri Paesi è considerato cruciale.
Preparando questo intervento mi è tornata alla mente la famosa massima (attribuita ai nativi americani): " Noi non ereditiamo il mondo dai nostri padri, ma lo prendiamo in prestito dai nostri figli".
Ormai nessuno può fingere di non sapere: il cambiamento del clima indotto dall'intervento umano sta provocando una serie di effetti a catena che rischiano di andare fuori controllo e di compromettere irreparabilmente il futuro della Terra che abitiamo. E tutto è avvenuto in un lasso di tempo ristretto: cambiamenti di tale rapidità non si sono mai verificati nel corso degli ultimi 10.000 anni, durante i quali il clima terrestre è risultato relativamente stabile.
Gli eventi atmosferici catastrofici, che causano la distruzione di interi territori e la morte di migliaia di persone, così come la scarsità di risorse - che sono alla base di conflitti e dunque di migrazioni forzate delle popolazioni - rappresentano solo alcuni degli effetti negativi riconducibili direttamente o indirettamente a questo fenomeno di dimensione planetaria.
Anche su questo, nel suo discorso alla conferenza mondiale sulla nutrizione nel novembre scorso qui a Roma, Papa Francesco ha speso parole chiare, quando ha detto che rispetto alle offese che le arrechiamo, la Terra non perdona mai. Di qui il nostro dovere di custodia della Terra, affinché non risponda con la distruzione alle alterazioni introdotte dall'uomo.
Ma nonostante le evidenze relative alle ripercussioni dei cambiamenti climatici sugli organismi, sulle comunità e sugli ecosistemi, si continua a rimandare il momento delle scelte. Quelle scelte politiche coraggiose e lungimiranti, condivise su scala internazionale perché l'umanità è una sola e le grandi questioni globali si possono affrontare solo sulla base di un difficile, ma necessario, progetto collettivo.
Ma serve anche una nuova cultura, un nuovo modo di pensare il mondo e i nostri stessi stili di vita. Ho detto prima che il tema dei cambiamenti climatici non è più una questione da addetti ai lavori. Ma questo non significa, mi dispiace dirlo, che ci siano nella vita quotidiana delle persone i segni della consapevolezza di quanto sia cruciale, per fronteggiarlo, che ciascuno si responsabilizzi e modifichi le proprie abitudini. Vediamo purtroppo quanto sia difficile nel nostro paese arrivare a praticare la raccolta differenziata dei rifiuti, ad usare con parsimonia le risorse idriche, a contenere gli sprechi alimentari, a privilegiare il trasporto pubblico rispetto a quello privato.
E' per mantenere uno stile di vita consumistico ed energivoro che si producono quelle emissioni che determinano l'inquinamento e il global warming. Per questo il paradigma della sostenibilità deve rappresentare la cultura del presente e del futuro. E io penso che l'educazione ad uno stile di vita sostenibile, al rispetto del pianeta, debba essere presente nei programmi scolastici e rappresentare un elemento fondamentale della formazione dei giovani. Le classi dirigenti sono chiamate in questo campo a dare l'esempio. La politica, innanzitutto, che deve uscire dalla contrapposizione tra sviluppo e salvaguardia dell'ambiente, con chiare scelte di campo. La green economy, infatti, può rappresentare il volano di una crescita importante e di tipo nuovo, come hanno dimostrato anche i risultati dell'indagine conoscitiva realizzata dalla Commissione Ambiente della Camera.
La Germania, che è la grande potenza economica che conosciamo, è all'avanguardia nell'uso delle energie rinnovabili. Già oggi in quel paese milioni di persone producono la propria elettricità con i pannelli solari. E si è data l'obiettivo del 35% di rinnovabili nel 2020 e del 100% nel 2040. E tutto questo avrà una conseguenza positiva non solo per la tutela dell'ambiente ma anche per l'economia, visto che né il sole, né il vento mandano la bolletta dei consumi a casa, come ci ha ricordato nei giorni scorsi, qui a Montecitorio, Jeremy Rifkin, nell'ambito di una Conferenza dei Presidenti dei Parlamenti dell'Unione Europea, che noi, Presidenza italiana, abbiamo voluto avesse al centro proprio il tema delle nuove prospettive della crescita nel nostro continente, insieme a quello dei diritti fondamentali. Ma oltre alla politica questa scelta, di non contrapporre più lo sviluppo alla protezione dell'ambiente, deve farla anche il mondo economico : cambiare strada è giusto ma è anche utile. Ho visto con piacere, a questo proposito, che in una recente intervista il nuovo Ministro alle infrastrutture Graziano Delrio ha affermato che "finisce l'era delle grandi opere e si torna ad una concezione moderna. Dove le opere sono anche la lotta al dissesto idrogeologico, la mobilità urbana, le scuole".
E' del tutto legittima, ovviamente, la ricerca del profitto da parte delle imprese, ma il profitto può arrivare anche senza avvelenare l'aria, anche senza consumare territorio agricolo e spazi paesaggistici.
Vorrei cogliere questa occasione per rivolgermi agli imprenditori, soprattutto ai giovani imprenditori sollecitandoli ad essere innovatori, ad essere ideatori, protagonisti e realizzatori di un futuro di crescita che sia sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale. I Paesi industrializzati hanno certamente responsabilità maggiori degli altri nell'affrontare questa grande questione. L'Unione europea ha da tempo posto la lotta ai cambiamenti climatici e la riduzione delle emissioni fra gli obiettivi primari delle proprie politiche. Un fatto positivo perché così facendo l'Europa dimostra di non essere solo il prodotto di faticosi compromessi sul piano monetario o commerciale, ma un progetto politico dalle grandi potenzialità, capace di prendersi cura del benessere dei suoi cittadini.
I primi risultati di queste politiche sono incoraggianti ma certamente ancora lontani da quanto sarebbe necessario per riportare sotto controllo il fenomeno dei cambiamenti climatici. L'Unione europea si può presentare con buone credenziali al prossimo round di negoziati a livello globale, che avrà luogo a Parigi in dicembre. Ma è un appuntamento che si prospetta difficile e dall'esito tuttora molto incerto.
Mi sembra fondamentale, allora, che anche il nostro paese possa dare il proprio contributo al buon esito dei negoziati, attraverso proposte coraggiose e innovative come quelle che sono avanzate nel convegno odierno.
Tra queste vorrei sottolineare quella relativa ai temi della deforestazione, dell'agricoltura, della tutela del paesaggio e dell'alimentazione. Si tratta di sfide importanti, sulle quali sono impegnate le Agenzie delle Nazioni Unite e che, come sapete, costituiscono il tema centrale di Expo 2015.
Le politiche ambientali non devono più essere percepite quindi come un freno allo sviluppo, ma all'opposto come una straordinaria opportunità di crescita e di nuova occupazione che anche l'Italia deve saper cogliere pienamente. Un altro modello di sviluppo è davvero possibile, ma c'è bisogno di una strategia di grande respiro, che affianchi la riduzione delle emissioni ad interventi su altri campi, dall'efficienza energetica al riciclo dei rifiuti, dal contrasto alla deforestazione alla lotta allo spreco alimentare. Solo così il progetto di una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva sarà concretamente alla nostra portata.