Saluto introduttivo della Presidente della Camera dei deputati all’incontro “Per un'Europa dell'inclusione e dei diritti” con Saskia Sassen
Buon pomeriggio a tutte e a tutti. È veramente con grande piacere che do il benvenuto alla professoressa Saskia Sassen che ringrazio per aver accolto il nostro invito. Saluto l'onorevole Giulio Marcon che ha promosso questo nostro incontro. Saluto tutti voi, specialmente voi ragazze e ragazzi che avete oggi deciso di partecipare a questo incontro.
Venerdì scorso, professoressa Sassen, ho incontrato qui alla Camera - in occasione della Giornata mondiale del rifiuto della miseria - una delegazione di persone che vivono in una condizione di gravissima indigenza. Hanno chiamato la Segreteria ed hanno chiesto di essere ricevute. Si sono definite come persone povere che volevano venire qui, in questa istituzione, a parlare e per raccontare le loro storie. Chiaramente queste persone le ho ricevute e chi erano? Erano esattamente persone normali, quelli che noi definiremmo persone normali che hanno sempre lavorato, che hanno avuto famiglia, figli e - ad un certo punto - si sono trovati senza nulla in mano, senza nessuna occupazione.
Queste persone non hanno chiesto un sussidio o un aiuto. No, queste persone chiedevano dignità, di rimettersi in piedi, di avere una chance. Allora chi - in un Paese come il nostro - non ha alcuna forma di reddito garantito perde il lavoro, soprattutto ad una certa età, precipita in una condizione di totale disperazione e questa è una cosa che deve far riflettere tutti noi che abbiamo delle responsabilità. Si perde il lavoro e si arriva anche a pensare di aver perso la dignità. In questi due anni e mezzo di Presidenza è successo troppe volte di andare a incontrare famiglie disperate, di andare ai funerali di persone che avevano perso il lavoro ma non avevano avuto il coraggio di chiedere aiuto o che lo hanno chiesto ma nessuno questo aiuto glielo aveva dato.
Allora sono persone espulse queste persone, professoressa Sassen? Sì, sono persone espulse. Sono espulse dal mercato del lavoro ma sono anche espulse da un sistema di protezione sociale che negli anni si è assottigliato sempre di più. Sono persone di una certa età che hanno perso il lavoro ma sono anche i rifugiati che lasciano i loro paesi perché sono espulsi. Chi sono i rifugiati ragazzi? Sono le persone che non hanno il privilegio di poter vivere a casa propria. Non vorrebbero mai andarsene. Non lo hanno scelto, ma come si fa però a rimanere quando fioccano le bombe, come si fa a rimanere quando c'è un regime che non ti lascia respirare. Allora sei espulso. Così come sono espulsi i contadini da tante terre, da tanti luoghi ancestrali e essere espulsi da un luogo identitario a volte può significare la morte di una minoranza che non ha più un luogo dove ritrovare sé stessa. Questo avviene in molte parti del mondo, non da ultimo la Colombia, i desplazados, quanti di loro hanno lasciato quelle terre ancestrali e si sono estinti come minoranze perché non hanno più trovato un luogo dove poter vivere in armonia, con il loro modo di vivere, con il loro modo di essere.
Di questo ci parla la professoressa Saskia Sassen nel suo libro intitolato "Espulsioni". È un libro che è frutto di un lavoro molto documentato di ricerca e per questo è un lavoro molto importante. Nel libro della professoressa Sassen però non ci sono astratte teorizzazioni, non si innamora di un impianto ideale ma fa parlare le persone. A volte succede proprio questo, ci si innamora di un impianto ma la realtà non è proprio quello e allora si fa una forzatura perché è quello, l'impianto che si vuole dimostrare. Qui invece c'è la gente, c'è la vita, ci sono le storie ed è dalle storie che si traggono le conclusioni.
Voi conoscete la professoressa Saskia Sassen che è una studiosa molto autorevole, ma anche molto originale devo dire, della globalizzazione e vi consiglio un suo lavoro che è stato fondamentale per molti di noi - o per lo meno per la mia generazione - ed è la sua ricerca sulle città globali. Come mai a noi - alla Camera dei deputati - interessa il suo lavoro? Ci interessa perché vedete noi abbiamo bisogno di allargare la lente come istituzioni, come classe politica ed è per questo che abbiamo invitato, qui alla Camera dei deputati, altri pensatori, altri - come dire - economisti, filosofi, sociologi anche perché queste categorie si incrociano. Abbiamo invitato, grazie al supporto di alcuni deputati come l'onorevole Marcon, figure interessanti - alcune delle quali, peraltro, ben note alla professoressa Saskia Sassen come Joseph Stiglitz di cui mi diceva di essere amica - ma anche il professor Muhammad Yunus, che è venuto qui e ha tenuto una lectio magistralis molto interessante. Abbiamo invitato anche Jeremy Rifkin che ha parlato di Internet delle cose, lo ha fatto in Assemblea nel corso del Semestre di presidenza europea italiana. E abbiamo invitato Thomas Piketty, un altro economista, che ci ha fatto riflettere su come siamo arrivati a questo punto ossia al fatto che oggi la nostra società somiglia molto, per certi versi, a quella dell'Ottocento.
Promuoviamo queste iniziative proprio perché pensiamo - come dicevo - che bisogna allargare la lente e bisogna avere un proprio punto di vista sulle cose del mondo. La politica non può chiudersi ai confini di un palazzo o di un paese, si deve essere interessati alle cose del mondo e avere anche un visione sul futuro della nostra società. Non bisogna fermarsi all'oggi. Ho una figlia della vostra età e bisogna poter dirle a quale società stiamo lavorando e quale potrebbe essere la società da qui a vent'anni. Quanto meno proiettarci, a mettere le basi per una società che abbia meno disfunzioni di quella in cui noi viviamo. Mi piace, quindi, che la professoressa Sassen abbia scelto oggi come tema quello dell'Europa. Un'Europa dell'inclusione e dei diritti.
Da tempo io penso che l'Europa sia il nostro orizzonte ideale, sia un tema cruciale per la nostra società perché penso che non potremmo mai concepire la nostra vita come una qualcosa legato ad un solo paese. Oggi tutto si sposta. Le nostre famiglie non sono più come quelle della nostra generazione. Quanti di noi hanno parenti che lavorano in un altro paese, che lavorano in un altro paese, come potremmo noi immaginare che avremo fra vent'anni un'Europa in cui ogni paese andrà per la sua strada, in cui ci saranno le piccole nazioni, le piccole patrie. Dove ci porterebbe quell'Europa. Come potremmo essere competitivi con i grandi giganti globali, chi ci darebbe retta. Non darebbero retta noi come Italia ma neanche alla Francia, alla Germania perché tutto ciò è semplicemente anacronistico. Nessuno può fare da solo e lo stiamo vedendo anche rispetto alle ultime sfide che abbiamo dovuto e continuiamo a dover affrontare come la crisi economica europea, quella della Grecia in particolare. Qualcuno addirittura pensava di risolvere il problema espellendo la Grecia dall'Eurozona. Come poteva essere quella una soluzione. E anche i rifugiati. I rifugiati che da anni muoiono nel nostro Mediterraneo e ve lo dice una persona che ha lavorato su questo per molto tempo. Negli ultimi quindi anni abbiamo visto il Mediterraneo trasformarsi da un mare di pace in una fossa comune. Lì sotto ci sono migliaia e migliaia di persone che avevano come obiettivo quello di raggiungere un posto sicuro. Perché la sicurezza non è solo una prerogativa del nord del mondo ma è un diritto umano. Vivere in sicurezza è un diritto, un'aspirazione di chiunque.
Quindi queste due sfide ci mettono paradossalmente di fronte ad una grande opportunità. Finché i rifugiati morivano nel Mediterraneo erano un problema italiano, l'Europa aveva altro di cui occuparsi. Finché morivano nell'Egeo erano un problema greco. I migranti adesso arrivano a piedi, fanno queste lunghe marce e arrivano nel cuore dell'Europa e ora è diventato un problema europeo. Quanti morti ci sono voluti perché diventasse un problema collettivo. Per la prima la Commissione sta facendo qualcosa che non aveva mai fatto prima, ossi proporre un'agenda per la migrazione che possa essere implementata in tutti gli Stati membri: ha dato delle linee guida, ha proposto delle quote, ha proposto un assetto. Ci sono molte resistenze di fronte a questo, è normale che ce ne siano ma - a mio avviso - è qualcosa che non ha precedenti rispetto all'assetto europeo. È la prima volta che si parla e ci si sforza di capire su come si potrebbe andare verso un'unica politica in materia d'asilo, ed è un grande passo avanti.
Il 14 settembre, allora, ho voluto invitare dei miei omologhi: il Presidente del Parlamento tedesco, il Bundestag, il Presidente dell'Assemblea nazionale francese e il Presidente del Parlamento lussemburghese che ha la presidenza del Consiglio dell'Unione per fare qualcosa che - a mio avviso - ha un significato politico di un certo rilievo. Abbiamo firmato una dichiarazione in cui chiediamo più integrazione politica e parliamo di suddivisione di sovranità, lo sharing sovranity. Vuol dire che siamo pronti a dare più poteri all'Unione europea in cambio di più integrazione, in cambio di una politica in grado di risolvere i problemi. Per voi oggi l'Unione europea non è la soluzione dei problemi, anzi voi avete conosciuto un'Unione europea che ha posto dei limiti, che ha imposto sacrifici, come fate voi ad innamorarvi dell'Unione europea, perché mai dovreste esserne innamorati, in nome di che cosa? Non ci sono molti appigli per innamorarsi dell'Unione europea oggi. È come, professoressa Sassen, una macchina vecchia che ci ha fatto fare tanta strada, che ci ha portato avanti ma adesso quella macchina non piace più a nessuno. I ragazzi vogliono una macchina nuova, con un motore più potente perché davanti abbiamo molta strada da fare e, quindi, deve essere così attraente che tutti devono avere voglia di mettersi al volante. Noi dobbiamo, quindi, pensare ad un'Europa 2.0, un'Europa nuova che prenda una nuova rotta, non deve essere nuova solo a livello estetico ma deve essere nuova rispetto a quello può dare a bordo di quella macchina. Un'Europa, quindi, che sia basata sulla sostenibilità sociale, sulla sostenibilità ambientale e sui diritti e l'inclusione. Queste penso sono le parole chiave su cui dovremmo focalizzarci. I padri fondatori ci hanno illustrato la strada che ci ha consentito la Pace per 70 anni e guardate che la Pace per settant'anni in Europa non c'era mai stata prima. Mai! Ci hanno garantito la Pace e il benessere e ci hanno consegnato un sogno, quello di vivere in un luogo dove i diritti hanno un peso, dove i diritti sono fondamentali, dove sono il cuore dello stare insieme. Noi oggi abbiamo il dovere di portarlo avanti questo percorso, non per romanticismo, ma perché semplicemente non abbiamo scelta. È nel nostro interesse fare questo salto di qualità e arrivare ad un'Europa che sia in grado veramente di darci una prospettiva più giusta per tutti, per gli esclusi che produciamo come società europea ma anche per chi è in cerca di protezione e sicurezza e arriva nel nostro Continente. Grazie.
Saluto introduttivo della Presidente della Camera dei deputati all’incontro “Per un'Europa dell'inclusione e dei diritti” con Saskia Sassen
Buon pomeriggio a tutte e a tutti. È veramente con grande piacere che do il benvenuto alla professoressa Saskia Sassen che ringrazio per aver accolto il nostro invito. Saluto l'onorevole Giulio Marcon che ha promosso questo nostro incontro. Saluto tutti voi, specialmente voi ragazze e ragazzi che avete oggi deciso di partecipare a questo incontro.
Venerdì scorso, professoressa Sassen, ho incontrato qui alla Camera - in occasione della Giornata mondiale del rifiuto della miseria - una delegazione di persone che vivono in una condizione di gravissima indigenza. Hanno chiamato la Segreteria ed hanno chiesto di essere ricevute. Si sono definite come persone povere che volevano venire qui, in questa istituzione, a parlare e per raccontare le loro storie. Chiaramente queste persone le ho ricevute e chi erano? Erano esattamente persone normali, quelli che noi definiremmo persone normali che hanno sempre lavorato, che hanno avuto famiglia, figli e - ad un certo punto - si sono trovati senza nulla in mano, senza nessuna occupazione.
Queste persone non hanno chiesto un sussidio o un aiuto. No, queste persone chiedevano dignità, di rimettersi in piedi, di avere una chance. Allora chi - in un Paese come il nostro - non ha alcuna forma di reddito garantito perde il lavoro, soprattutto ad una certa età, precipita in una condizione di totale disperazione e questa è una cosa che deve far riflettere tutti noi che abbiamo delle responsabilità. Si perde il lavoro e si arriva anche a pensare di aver perso la dignità. In questi due anni e mezzo di Presidenza è successo troppe volte di andare a incontrare famiglie disperate, di andare ai funerali di persone che avevano perso il lavoro ma non avevano avuto il coraggio di chiedere aiuto o che lo hanno chiesto ma nessuno questo aiuto glielo aveva dato.
Allora sono persone espulse queste persone, professoressa Sassen? Sì, sono persone espulse. Sono espulse dal mercato del lavoro ma sono anche espulse da un sistema di protezione sociale che negli anni si è assottigliato sempre di più. Sono persone di una certa età che hanno perso il lavoro ma sono anche i rifugiati che lasciano i loro paesi perché sono espulsi. Chi sono i rifugiati ragazzi? Sono le persone che non hanno il privilegio di poter vivere a casa propria. Non vorrebbero mai andarsene. Non lo hanno scelto, ma come si fa però a rimanere quando fioccano le bombe, come si fa a rimanere quando c'è un regime che non ti lascia respirare. Allora sei espulso. Così come sono espulsi i contadini da tante terre, da tanti luoghi ancestrali e essere espulsi da un luogo identitario a volte può significare la morte di una minoranza che non ha più un luogo dove ritrovare sé stessa. Questo avviene in molte parti del mondo, non da ultimo la Colombia, i desplazados, quanti di loro hanno lasciato quelle terre ancestrali e si sono estinti come minoranze perché non hanno più trovato un luogo dove poter vivere in armonia, con il loro modo di vivere, con il loro modo di essere.
Di questo ci parla la professoressa Saskia Sassen nel suo libro intitolato "Espulsioni". È un libro che è frutto di un lavoro molto documentato di ricerca e per questo è un lavoro molto importante. Nel libro della professoressa Sassen però non ci sono astratte teorizzazioni, non si innamora di un impianto ideale ma fa parlare le persone. A volte succede proprio questo, ci si innamora di un impianto ma la realtà non è proprio quello e allora si fa una forzatura perché è quello, l'impianto che si vuole dimostrare. Qui invece c'è la gente, c'è la vita, ci sono le storie ed è dalle storie che si traggono le conclusioni.
Voi conoscete la professoressa Saskia Sassen che è una studiosa molto autorevole, ma anche molto originale devo dire, della globalizzazione e vi consiglio un suo lavoro che è stato fondamentale per molti di noi - o per lo meno per la mia generazione - ed è la sua ricerca sulle città globali. Come mai a noi - alla Camera dei deputati - interessa il suo lavoro? Ci interessa perché vedete noi abbiamo bisogno di allargare la lente come istituzioni, come classe politica ed è per questo che abbiamo invitato, qui alla Camera dei deputati, altri pensatori, altri - come dire - economisti, filosofi, sociologi anche perché queste categorie si incrociano. Abbiamo invitato, grazie al supporto di alcuni deputati come l'onorevole Marcon, figure interessanti - alcune delle quali, peraltro, ben note alla professoressa Saskia Sassen come Joseph Stiglitz di cui mi diceva di essere amica - ma anche il professor Muhammad Yunus, che è venuto qui e ha tenuto una lectio magistralis molto interessante. Abbiamo invitato anche Jeremy Rifkin che ha parlato di Internet delle cose, lo ha fatto in Assemblea nel corso del Semestre di presidenza europea italiana. E abbiamo invitato Thomas Piketty, un altro economista, che ci ha fatto riflettere su come siamo arrivati a questo punto ossia al fatto che oggi la nostra società somiglia molto, per certi versi, a quella dell'Ottocento.
Promuoviamo queste iniziative proprio perché pensiamo - come dicevo - che bisogna allargare la lente e bisogna avere un proprio punto di vista sulle cose del mondo. La politica non può chiudersi ai confini di un palazzo o di un paese, si deve essere interessati alle cose del mondo e avere anche un visione sul futuro della nostra società. Non bisogna fermarsi all'oggi. Ho una figlia della vostra età e bisogna poter dirle a quale società stiamo lavorando e quale potrebbe essere la società da qui a vent'anni. Quanto meno proiettarci, a mettere le basi per una società che abbia meno disfunzioni di quella in cui noi viviamo. Mi piace, quindi, che la professoressa Sassen abbia scelto oggi come tema quello dell'Europa. Un'Europa dell'inclusione e dei diritti.
Da tempo io penso che l'Europa sia il nostro orizzonte ideale, sia un tema cruciale per la nostra società perché penso che non potremmo mai concepire la nostra vita come una qualcosa legato ad un solo paese. Oggi tutto si sposta. Le nostre famiglie non sono più come quelle della nostra generazione. Quanti di noi hanno parenti che lavorano in un altro paese, che lavorano in un altro paese, come potremmo noi immaginare che avremo fra vent'anni un'Europa in cui ogni paese andrà per la sua strada, in cui ci saranno le piccole nazioni, le piccole patrie. Dove ci porterebbe quell'Europa. Come potremmo essere competitivi con i grandi giganti globali, chi ci darebbe retta. Non darebbero retta noi come Italia ma neanche alla Francia, alla Germania perché tutto ciò è semplicemente anacronistico. Nessuno può fare da solo e lo stiamo vedendo anche rispetto alle ultime sfide che abbiamo dovuto e continuiamo a dover affrontare come la crisi economica europea, quella della Grecia in particolare. Qualcuno addirittura pensava di risolvere il problema espellendo la Grecia dall'Eurozona. Come poteva essere quella una soluzione. E anche i rifugiati. I rifugiati che da anni muoiono nel nostro Mediterraneo e ve lo dice una persona che ha lavorato su questo per molto tempo. Negli ultimi quindi anni abbiamo visto il Mediterraneo trasformarsi da un mare di pace in una fossa comune. Lì sotto ci sono migliaia e migliaia di persone che avevano come obiettivo quello di raggiungere un posto sicuro. Perché la sicurezza non è solo una prerogativa del nord del mondo ma è un diritto umano. Vivere in sicurezza è un diritto, un'aspirazione di chiunque.
Quindi queste due sfide ci mettono paradossalmente di fronte ad una grande opportunità. Finché i rifugiati morivano nel Mediterraneo erano un problema italiano, l'Europa aveva altro di cui occuparsi. Finché morivano nell'Egeo erano un problema greco. I migranti adesso arrivano a piedi, fanno queste lunghe marce e arrivano nel cuore dell'Europa e ora è diventato un problema europeo. Quanti morti ci sono voluti perché diventasse un problema collettivo. Per la prima la Commissione sta facendo qualcosa che non aveva mai fatto prima, ossi proporre un'agenda per la migrazione che possa essere implementata in tutti gli Stati membri: ha dato delle linee guida, ha proposto delle quote, ha proposto un assetto. Ci sono molte resistenze di fronte a questo, è normale che ce ne siano ma - a mio avviso - è qualcosa che non ha precedenti rispetto all'assetto europeo. È la prima volta che si parla e ci si sforza di capire su come si potrebbe andare verso un'unica politica in materia d'asilo, ed è un grande passo avanti.
Il 14 settembre, allora, ho voluto invitare dei miei omologhi: il Presidente del Parlamento tedesco, il Bundestag, il Presidente dell'Assemblea nazionale francese e il Presidente del Parlamento lussemburghese che ha la presidenza del Consiglio dell'Unione per fare qualcosa che - a mio avviso - ha un significato politico di un certo rilievo. Abbiamo firmato una dichiarazione in cui chiediamo più integrazione politica e parliamo di suddivisione di sovranità, lo sharing sovranity. Vuol dire che siamo pronti a dare più poteri all'Unione europea in cambio di più integrazione, in cambio di una politica in grado di risolvere i problemi. Per voi oggi l'Unione europea non è la soluzione dei problemi, anzi voi avete conosciuto un'Unione europea che ha posto dei limiti, che ha imposto sacrifici, come fate voi ad innamorarvi dell'Unione europea, perché mai dovreste esserne innamorati, in nome di che cosa? Non ci sono molti appigli per innamorarsi dell'Unione europea oggi. È come, professoressa Sassen, una macchina vecchia che ci ha fatto fare tanta strada, che ci ha portato avanti ma adesso quella macchina non piace più a nessuno. I ragazzi vogliono una macchina nuova, con un motore più potente perché davanti abbiamo molta strada da fare e, quindi, deve essere così attraente che tutti devono avere voglia di mettersi al volante. Noi dobbiamo, quindi, pensare ad un'Europa 2.0, un'Europa nuova che prenda una nuova rotta, non deve essere nuova solo a livello estetico ma deve essere nuova rispetto a quello può dare a bordo di quella macchina. Un'Europa, quindi, che sia basata sulla sostenibilità sociale, sulla sostenibilità ambientale e sui diritti e l'inclusione. Queste penso sono le parole chiave su cui dovremmo focalizzarci. I padri fondatori ci hanno illustrato la strada che ci ha consentito la Pace per 70 anni e guardate che la Pace per settant'anni in Europa non c'era mai stata prima. Mai! Ci hanno garantito la Pace e il benessere e ci hanno consegnato un sogno, quello di vivere in un luogo dove i diritti hanno un peso, dove i diritti sono fondamentali, dove sono il cuore dello stare insieme. Noi oggi abbiamo il dovere di portarlo avanti questo percorso, non per romanticismo, ma perché semplicemente non abbiamo scelta. È nel nostro interesse fare questo salto di qualità e arrivare ad un'Europa che sia in grado veramente di darci una prospettiva più giusta per tutti, per gli esclusi che produciamo come società europea ma anche per chi è in cerca di protezione e sicurezza e arriva nel nostro Continente. Grazie.
Vi ringrazio dell'attenzione.