Vicenza, Centre of Excellence for Stability Police Units (CoESPU) presso la Caserma dei Carabinieri 'Chinotto'
Saluto in apertura dell'iniziativa promossa dall'OSCE dal titolo 'Combating Human Trafficking along Migration Routes'
Segretario generale Zannier, Generale Del Sette, Rappresentante speciale Jarbussynova, Sottosegretario Rossi, illustri ospiti, Signore e Signori, è un onore essere qui, in occasione del lancio di un'iniziativa transnazionale di grande rilievo. Un'iniziativa che vuole offrire degli strumenti per combattere uno dei crimini peggiori esistenti al mondo, il traffico di esseri umani.
La tratta di persone - che non esiterei a definire come una nuova forma di schiavitù - è una delle vergogne del nostro tempo. Una vergogna che coinvolge milioni di esseri umani, milioni di esseri umani in condizioni di povertà, principalmente donne, venduti a loro insaputa come fossero merci, come fossero oggetti. Milioni di donne vendute e sfruttate come oggetti, quasi sempre a scopo sessuale. Una vergogna che purtroppo non scuote le coscienze come dovrebbe. Una vergogna che si perpetua anche a causa di un atteggiamento culturale retrogrado e profondamente sessista, che vede nella donna un mero oggetto da utilizzare, un corpo da sottomettere con la violenza. Non è un caso che la tratta riguardi principalmente donne ed il motivo risiede in questo brodo.
Come possiamo, nel 2016, accettare passivamente che milioni di donne subiscano questo trattamento? Come possiamo convivere con questo? Quando ci muoviamo per le nostre città e vediamo sul bordo delle strade ragazzine seminude, cosa facciamo? Spesso ci voltiamo dall'altra parte, pensando: "Ci penserà qualcun altro". Per anni abbiamo sentito esponenti politici parlare di "tolleranza zero". Ecco, io vorrei che ci fosse "tolleranza zero" contro chi sfrutta queste donne!
Abbiamo bisogno, come ha detto Papa Francesco pochi giorni fa, di "un moto trasversale che abbracci l'intera società" contro le nuove schiavitù. Abbiamo bisogno, aggiungo, di unire le forze non solo all'interno dei nostri Paesi, ma anche tra Stati, in modo che l'ingiustizia - per citare sempre il Santo Padre - "non abbia l'ultima parola". Per far sì che l'ingiustizia non diventi il modo imperante di agire.
Come s'inserisce l'Italia in questo processo? L'Italia, in questo processo, può e deve giocare un ruolo importante. Mentre parliamo, centinaia di migranti, salvati dalle acque del Mediterraneo grazie agli sforzi encomiabili della Guardia costiera e della Marina militare italiane e di altri Stati, nonché di decine di vettori commerciali, stanno sbarcando sulle coste italiane. Accade ogni giorno. Non è una novità. Queste persone fuggono dalle guerre - non hanno una casa in cui tornare, come vorrebbe qualcuno! - fuggono da violazioni dei diritti umani e dalla povertà.
Tutti hanno attraversato la Libia, dove quasi sempre hanno conosciuto l'orrore. Tutti hanno rischiato la vita in mare. Molti - soprattutto donne, ma anche tanti minori di entrambi i sessi - sono già vittime di tratta. Pensano che una volta arrivati nell'agognata Europa, tutto questo cesserà. Invece l'Europa sancirà un nuovo capitolo nel loro terribile percorso.
Come ha detto la Rappresentante speciale, conosco questo fenomeno da vicino. Ho lavorato 25 anni per le Nazioni Unite, anche in Africa ed in Medio Oriente. Ne ho viste tante, negli anni in cui ero spesso a Lampedusa per conto dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: i migranti spesso baciano la terra quando arrivano. Queste donne e ragazze, invece, hanno una luce spenta negli occhi e sono prive della speranza riaccesa, al momento dello sbarco, per coloro che invece possono ricominciare a sognare una vita migliore. Sono spesso accompagnate da sedicenti mariti o fratelli.
Che le potenziali vittime di tratta in arrivo in Italia stiano aumentando lo dimostrano i dati: negli ultimi due anni, è cresciuto il numero di migranti provenienti dalla Nigeria e, tra di essi, la percentuale costituita da donne è sempre più alta: quasi il 25% nel 2015. L'OIM - l'Organizzazione internazionale per le Migrazioni - stima che il 70% di esse siano vittime di tratta.
L'Italia si conferma come un Paese centrale nella lotta a questo crimine odioso, per una serie di motivi. In primo luogo, perché negli ultimi decenni si è dotata di una legislazione all'avanguardia e poi perché ha sviluppato capacità investigative di altissimo livello e programmi avanzati di assistenza e recupero per le vittime.
Nel nostro Paese questo è cominciato dal 1998, con una legge che prevede la protezione - fisica e giuridica, tramite la concessione di uno speciale permesso di soggiorno - e l'assistenza alle vittime del traffico di esseri umani senza - e questo purtroppo spesso non si sa - una previa collaborazione nelle indagini di polizia o giudiziarie. Non c'è bisogno della denuncia per ottenere questi scudi protettivi: basta che ci sia un rischio concreto. Più di recente, abbiamo approvato nuove norme che puniscono il reato di caporalato e che offrono tutele ai migranti soggetti a grave sfruttamento - assieme a molti italiani, ahimé - un fenomeno molto diffuso soprattutto nei settori dell'agricoltura e dell'edilizia.
Si tratta di un impianto normativo che si configura come una buona pratica a livello internazionale, ma che non sempre viene sempre applicato con la dovuta sistematicità. A farne le spese sono soprattutto le vittime, mentre i criminali che le sfruttano rimangono per lo più impuniti. A riprova di ciò, cito un dato eloquente: in tutta l'Unione europea, nel biennio 2013-2014, le vittime registrate sono state poco meno di 16mila. E' evidente che questo dato non restituisce la fotografia del fenomeno.
Come Presidente della Camera dei deputati, dunque, dovrei ritenermi soddisfatta perché la nostra legislazione è, sulla carta, efficace. Questo facciamo alla Camera: approvare leggi, buone e meno buone. Invece ritengo, come dicevo all'inizio del mio intervento, che nessuno, finché perdurerà questo fenomeno, possa accontentarsi semplicemente di una legge ben articolata. Non è "mission accomplished". Tutti, di fronte ad un tale perdurante fenomeno, dobbiamo provare un profondo disagio. Un disagio che ci sproni ad agire per debellare questo crimine.
Cosa possiamo fare per risultare più incisivi nel combattere la tratta? Cosa dobbiamo fare per essere più efficaci? Per prima cosa, dobbiamo riconoscerla, la cosa più difficile. Per poterlo fare, è indispensabile la formazione di tutti gli attori coinvolti: operatori umanitari nel luoghi di sbarco, personale di polizia, personale investigativo e giudiziario, medici e sanitari, autorità locali, ispettori del lavoro e sindacati. Ci deve essere formazione, perché, se non la riconosciamo, non possiamo intervenire!
L'iniziativa dell'OSCE è dunque un segnale importante in questa direzione. Saper individuare una vittima di tratta può letteralmente salvare la vita a molte persone; saper intercettare e bloccare i flussi di denaro provenienti da questo commercio indegno impedirà ai criminali di arricchirsi ulteriormente; saper riconoscere chi, tra gli insospettabili parenti che accompagnano le vittime sia in realtà un trafficante, impedirà a molte altre persone di finire ridotte in schiavitù.
Il nostro impegno deve essere rivolto non soltanto a liberare queste ragazze, ma anche a riscattare le nostre società, perché noi oggi stiamo vivendo in una condizione che non ci fa onore. Non possono convivere con una tale vergogna. Dobbiamo liberarci dall'indifferenza, dal dire: "C'è sempre stata". Abbiamo abolito la schiavitù secoli fa. E' ora di dire basta.
E' necessario farlo, a mio avviso, soprattutto qui in Europa, la culla dei diritti umani. Un'Europa che oggi è in crisi anche perché non ha saputo gestire al proprio interno ed in maniera coordinata il flusso di un milione di persone. Come fa l'Europa a pensare di rispondere a questa sfida con i fili spinati, le barriere? E' così che si gestisce questo flusso di un milione di persone in un continente dove vivono 500 milioni di persone? Sono soluzioni-tampone per un flusso che va governato, ma non potrà essere arrestato. L'accordo con la Turchia non è risolutivo: la Turchia non ha il quadro giuridico adeguato, perché non ha firmato il Protocollo di New York ed applica la riserva geografica: solo gli europei possono essere riconosciuti come rifugiati. Come possiamo delocalizzare il diritto d'asilo a Paesi terzi?
Tra pochi giorni sarò in Libano, uno Stato con 4 milioni e mezzo di abitanti - una popolazione inferiore a quella del Veneto, la regione in cui ci troviamo! - che ospita circa un milione e mezzo di rifugiati, per lo più siriani in fuga dalla guerra. Una situazione simile a quella del Kenya e del Pakistan, che accolgono altri milioni di persone.
Dobbiamo moltiplicare gli sforzi per porre fine alle guerre. E dobbiamo lanciare un grande piano di sviluppo per l'Africa, un Piano Marshall per l'Africa. Dopo la Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti fecero un grande investimento, che sapevano che sarebbe stato utile per l'Europa, ma anche per se stessi. Noi eravamo ridotti in macerie, avevamo sterminato milioni di ebrei e rom.
Lo sviluppo non si fa con qualche spicciolo, ma investendo risorse ingenti, costruendo scuole ed ospedali, mettendo all'angolo i dittatori e favorendo lo sviluppo della democrazia. Se non faremo un'azione lungimirante e generosa, rischieremo di essere travolti. Non solo perché arriveranno i migranti, ma perché avremo svenduto i nostri principi ed i nostri valori, e dunque la nostra identità.
Saluto in apertura dell'iniziativa promossa dall'OSCE dal titolo 'Combating Human Trafficking along Migration Routes'
Segretario generale Zannier, Generale Del Sette, Rappresentante speciale Jarbussynova, Sottosegretario Rossi, illustri ospiti, Signore e Signori, è un onore essere qui, in occasione del lancio di un'iniziativa transnazionale di grande rilievo. Un'iniziativa che vuole offrire degli strumenti per combattere uno dei crimini peggiori esistenti al mondo, il traffico di esseri umani.
La tratta di persone - che non esiterei a definire come una nuova forma di schiavitù - è una delle vergogne del nostro tempo. Una vergogna che coinvolge milioni di esseri umani, milioni di esseri umani in condizioni di povertà, principalmente donne, venduti a loro insaputa come fossero merci, come fossero oggetti. Milioni di donne vendute e sfruttate come oggetti, quasi sempre a scopo sessuale. Una vergogna che purtroppo non scuote le coscienze come dovrebbe. Una vergogna che si perpetua anche a causa di un atteggiamento culturale retrogrado e profondamente sessista, che vede nella donna un mero oggetto da utilizzare, un corpo da sottomettere con la violenza. Non è un caso che la tratta riguardi principalmente donne ed il motivo risiede in questo brodo.
Come possiamo, nel 2016, accettare passivamente che milioni di donne subiscano questo trattamento? Come possiamo convivere con questo? Quando ci muoviamo per le nostre città e vediamo sul bordo delle strade ragazzine seminude, cosa facciamo? Spesso ci voltiamo dall'altra parte, pensando: "Ci penserà qualcun altro". Per anni abbiamo sentito esponenti politici parlare di "tolleranza zero". Ecco, io vorrei che ci fosse "tolleranza zero" contro chi sfrutta queste donne!
Abbiamo bisogno, come ha detto Papa Francesco pochi giorni fa, di "un moto trasversale che abbracci l'intera società" contro le nuove schiavitù. Abbiamo bisogno, aggiungo, di unire le forze non solo all'interno dei nostri Paesi, ma anche tra Stati, in modo che l'ingiustizia - per citare sempre il Santo Padre - "non abbia l'ultima parola". Per far sì che l'ingiustizia non diventi il modo imperante di agire.
Come s'inserisce l'Italia in questo processo? L'Italia, in questo processo, può e deve giocare un ruolo importante. Mentre parliamo, centinaia di migranti, salvati dalle acque del Mediterraneo grazie agli sforzi encomiabili della Guardia costiera e della Marina militare italiane e di altri Stati, nonché di decine di vettori commerciali, stanno sbarcando sulle coste italiane. Accade ogni giorno. Non è una novità. Queste persone fuggono dalle guerre - non hanno una casa in cui tornare, come vorrebbe qualcuno! - fuggono da violazioni dei diritti umani e dalla povertà.
Tutti hanno attraversato la Libia, dove quasi sempre hanno conosciuto l'orrore. Tutti hanno rischiato la vita in mare. Molti - soprattutto donne, ma anche tanti minori di entrambi i sessi - sono già vittime di tratta. Pensano che una volta arrivati nell'agognata Europa, tutto questo cesserà. Invece l'Europa sancirà un nuovo capitolo nel loro terribile percorso.
Come ha detto la Rappresentante speciale, conosco questo fenomeno da vicino. Ho lavorato 25 anni per le Nazioni Unite, anche in Africa ed in Medio Oriente. Ne ho viste tante, negli anni in cui ero spesso a Lampedusa per conto dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: i migranti spesso baciano la terra quando arrivano. Queste donne e ragazze, invece, hanno una luce spenta negli occhi e sono prive della speranza riaccesa, al momento dello sbarco, per coloro che invece possono ricominciare a sognare una vita migliore. Sono spesso accompagnate da sedicenti mariti o fratelli.
Che le potenziali vittime di tratta in arrivo in Italia stiano aumentando lo dimostrano i dati: negli ultimi due anni, è cresciuto il numero di migranti provenienti dalla Nigeria e, tra di essi, la percentuale costituita da donne è sempre più alta: quasi il 25% nel 2015. L'OIM - l'Organizzazione internazionale per le Migrazioni - stima che il 70% di esse siano vittime di tratta.
L'Italia si conferma come un Paese centrale nella lotta a questo crimine odioso, per una serie di motivi. In primo luogo, perché negli ultimi decenni si è dotata di una legislazione all'avanguardia e poi perché ha sviluppato capacità investigative di altissimo livello e programmi avanzati di assistenza e recupero per le vittime.
Nel nostro Paese questo è cominciato dal 1998, con una legge che prevede la protezione - fisica e giuridica, tramite la concessione di uno speciale permesso di soggiorno - e l'assistenza alle vittime del traffico di esseri umani senza - e questo purtroppo spesso non si sa - una previa collaborazione nelle indagini di polizia o giudiziarie. Non c'è bisogno della denuncia per ottenere questi scudi protettivi: basta che ci sia un rischio concreto. Più di recente, abbiamo approvato nuove norme che puniscono il reato di caporalato e che offrono tutele ai migranti soggetti a grave sfruttamento - assieme a molti italiani, ahimé - un fenomeno molto diffuso soprattutto nei settori dell'agricoltura e dell'edilizia.
Si tratta di un impianto normativo che si configura come una buona pratica a livello internazionale, ma che non sempre viene sempre applicato con la dovuta sistematicità. A farne le spese sono soprattutto le vittime, mentre i criminali che le sfruttano rimangono per lo più impuniti. A riprova di ciò, cito un dato eloquente: in tutta l'Unione europea, nel biennio 2013-2014, le vittime registrate sono state poco meno di 16mila. E' evidente che questo dato non restituisce la fotografia del fenomeno.
Come Presidente della Camera dei deputati, dunque, dovrei ritenermi soddisfatta perché la nostra legislazione è, sulla carta, efficace. Questo facciamo alla Camera: approvare leggi, buone e meno buone. Invece ritengo, come dicevo all'inizio del mio intervento, che nessuno, finché perdurerà questo fenomeno, possa accontentarsi semplicemente di una legge ben articolata. Non è "mission accomplished". Tutti, di fronte ad un tale perdurante fenomeno, dobbiamo provare un profondo disagio. Un disagio che ci sproni ad agire per debellare questo crimine.
Cosa possiamo fare per risultare più incisivi nel combattere la tratta? Cosa dobbiamo fare per essere più efficaci? Per prima cosa, dobbiamo riconoscerla, la cosa più difficile. Per poterlo fare, è indispensabile la formazione di tutti gli attori coinvolti: operatori umanitari nel luoghi di sbarco, personale di polizia, personale investigativo e giudiziario, medici e sanitari, autorità locali, ispettori del lavoro e sindacati. Ci deve essere formazione, perché, se non la riconosciamo, non possiamo intervenire!
L'iniziativa dell'OSCE è dunque un segnale importante in questa direzione. Saper individuare una vittima di tratta può letteralmente salvare la vita a molte persone; saper intercettare e bloccare i flussi di denaro provenienti da questo commercio indegno impedirà ai criminali di arricchirsi ulteriormente; saper riconoscere chi, tra gli insospettabili parenti che accompagnano le vittime sia in realtà un trafficante, impedirà a molte altre persone di finire ridotte in schiavitù.
Il nostro impegno deve essere rivolto non soltanto a liberare queste ragazze, ma anche a riscattare le nostre società, perché noi oggi stiamo vivendo in una condizione che non ci fa onore. Non possono convivere con una tale vergogna. Dobbiamo liberarci dall'indifferenza, dal dire: "C'è sempre stata". Abbiamo abolito la schiavitù secoli fa. E' ora di dire basta.
E' necessario farlo, a mio avviso, soprattutto qui in Europa, la culla dei diritti umani. Un'Europa che oggi è in crisi anche perché non ha saputo gestire al proprio interno ed in maniera coordinata il flusso di un milione di persone. Come fa l'Europa a pensare di rispondere a questa sfida con i fili spinati, le barriere? E' così che si gestisce questo flusso di un milione di persone in un continente dove vivono 500 milioni di persone? Sono soluzioni-tampone per un flusso che va governato, ma non potrà essere arrestato. L'accordo con la Turchia non è risolutivo: la Turchia non ha il quadro giuridico adeguato, perché non ha firmato il Protocollo di New York ed applica la riserva geografica: solo gli europei possono essere riconosciuti come rifugiati. Come possiamo delocalizzare il diritto d'asilo a Paesi terzi?
Tra pochi giorni sarò in Libano, uno Stato con 4 milioni e mezzo di abitanti - una popolazione inferiore a quella del Veneto, la regione in cui ci troviamo! - che ospita circa un milione e mezzo di rifugiati, per lo più siriani in fuga dalla guerra. Una situazione simile a quella del Kenya e del Pakistan, che accolgono altri milioni di persone.
Dobbiamo moltiplicare gli sforzi per porre fine alle guerre. E dobbiamo lanciare un grande piano di sviluppo per l'Africa, un Piano Marshall per l'Africa. Dopo la Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti fecero un grande investimento, che sapevano che sarebbe stato utile per l'Europa, ma anche per se stessi. Noi eravamo ridotti in macerie, avevamo sterminato milioni di ebrei e rom.
Lo sviluppo non si fa con qualche spicciolo, ma investendo risorse ingenti, costruendo scuole ed ospedali, mettendo all'angolo i dittatori e favorendo lo sviluppo della democrazia. Se non faremo un'azione lungimirante e generosa, rischieremo di essere travolti. Non solo perché arriveranno i migranti, ma perché avremo svenduto i nostri principi ed i nostri valori, e dunque la nostra identità.