Saluto introduttivo al convegno 'Il trattato commerciale UE-USA (TTIP): preoccupazioni e proposte di parti sociali e imprese'
Buon pomeriggio a tutte e a tutti. Saluto il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, le deputate e i deputati presenti, i rappresentanti delle associazioni che hanno promosso questo incontro e tutti i partecipanti. Mi fa piacere che i promotori abbiano voluto svolgere qui alla Camera questa occasione di riflessione perché io stessa, nei mesi scorsi, ho raccolto non poche preoccupazioni da parte di cittadini, imprenditori, organizzazioni sindacali e ambientaliste nei confronti dei temi che sono al centro del negoziato tra Europa e Stati Uniti per il nuovo Trattato commerciale.
Preoccupazioni che riguardano la sicurezza alimentare, i diritti del lavoro, i servizi e l'ambiente, solo per citare alcuni temi.
Intenzione dei promotori è quella, come si dice nel titolo di questo convegno, di esplicitare tali preoccupazioni ma anche le proposte delle parti sociali e delle imprese e di confrontarle con i parlamentari e con il Governo.
Quella di oggi è quindi una preziosa occasione di confronto.
Il timore che sta alla base di queste preoccupazioni è quello che, per raggiungere l'intesa con gli Stati Uniti, si rinunci a quello che ci siamo conquistati con molti anni di fatica: che l'Unione europea rinunci ad alcuni suoi vincoli "non tariffari" abbassando gli standard che tutelano la salute e la sicurezza delle persone e dell'ambiente.
Inoltre ci si chiede quale impatto questo trattato potrà avere sul sistema economico: ci converrà o non ci converrà? E' utile o no? Avremo nuove opportunità o perderemo altri posti di lavoro? Aumenteremo il Pil o il numero dei disoccupati? Questi sono i temi.
Direte voi nel merito e dirà il Ministro Calenda. Non ho mai creduto ai tuttologi.
Mi limito a svolgere, su questo tema, due considerazioni. La prima mi viene suggerita da un atto parlamentare recente, approvato alla Camera con una larga maggioranza: è la proposta di legge che modifica i documenti di bilancio. In questa proposta, che riscrive le modalità con le quali si costruisce il bilancio annuale, ci sono due importanti innovazioni. La prima è quella di riconoscere rilievo agli indicatori di benessere equo e sostenibile (BES) - vedo qui davanti il deputato Marcon, che da anni se ne occupa, e con lui altri deputati e deputate. La seconda è quella che riguarda il bilancio di genere.
La scelta di introdurre questi due nuovi indicatori - della cui importanza avevo parlato con il Presidente della Commissione Bilancio Boccia - sta a significare che gli obiettivi che devono perseguire Governo e Parlamento nelle loro scelte di politica economica non possono riguardare soltanto la crescita del Pil - obiettivo che rimane di grande importanza - ma anche la qualità della vita nel suo complesso. Mi sembra un segno di avanzamento, di maturità. Qualità della vita vuol dire la salute, l'istruzione, il patrimonio culturale e ambientale, il lavoro e la sua conciliazione con la vita privata. Vuol dire anche questioni di genere, perché il nostro Paese in questo ambito è purtroppo molto arretrato. Un Paese in cui solo il 47 per cento delle donne lavora dimostra di non capire che noi rialzeremo la testa solo quando verrà annunciato un grande piano per stimolare l'occupazione femminile. Il Fondo Monetario Internazionale ci dice chiaramente che quando le donne lavorano la produttività aumenta, e con essa il Pil.
La seconda riflessione di carattere generale riguarda la globalizzazione. Nel suo famoso saggio "La globalizzazione e i suoi oppositori" Joseph Stiglitz afferma: "La globalizzazione è una forza positiva che ha portato enormi vantaggi ad alcuni, ma per il modo in cui è stata gestita, tanti milioni di persone non ne hanno tratto alcun beneficio e moltissime altre stanno ancora peggio di prima".
Su questa affermazione non possiamo dividerci, non è discutibile la sua validità. Si sono aperti nuovi mercati per il commercio mondiale e in alcuni grandi Paesi, definiti fino a qualche anno fa "in via di sviluppo", è cresciuta e si è consolidata una nuova classe media. Ma non c'è dubbio che sono enormemente cresciute anche le diseguaglianze sociali, tra i Paesi e all'interno dei singoli Paesi. Si tratta di quegli "espulsi" dall'economia globale di cui ci ha parlato Saskia Sassen in un'interessante conferenza qui alla Camera qualche mese fa. Gli espulsi sono tanti, troppi, e noi non possiamo ignorarli.
Alcuni cittadini si sentono più vulnerabili di prima, e reagiscono chiudendosi. Se noi ci chiudiamo saremo più sicuri, pensano. Le nostre piccole patrie saranno ancora oggi il nostro scudo. E allora c'è il ritorno nazionalista, la chiusura delle frontiere, perfino i muri e i fili spinati. Si tratta di ricette non solo non adeguate alle enormi questioni che abbiamo davanti, ma anche irrealistiche e illusorie. Nessuno dei nostri Stati riuscirà a dare una risposta da solo ai problemi che abbiamo di fronte: al cambiamento climatico, ai flussi della finanza, ai fenomeni migratori, allo sviluppo delle comunicazioni (stamattina abbiamo visto, durante la relazione Agcom, quanta strada ci sia da fare per superare il digital divide: ma la dobbiamo fare insieme).
Quei politici che vendono queste ricette - semplici, immediate, tranchant - rendono quindi un pessimo servizio al nostro Paese e ai cittadini. Vendono fumo, perché i problemi sono molto più complessi di uno slogan o dei 140 caratteri di un tweet.
Noi dobbiamo partire dall'assunto che la storia non si ferma, il tempo procede in avanti. La globalizzazione non finirà, ma noi dobbiamo riuscire a governarla, a convivere con questo fenomeno nel modo migliore possibile.
Non ci si può addolorare per la Brexit, o per il successo elettorale di movimenti antieuropeisti o magari xenofobi, senza capirne le ragioni di fondo, senza paura. Io ho dato una mia lettura: bisogna invertire la rotta delle politiche economiche che ci hanno portato fino a qui. Perché questa globalizzazione non è l'unica possibile, così come questa Europa non è l'unica possibile. E' figlia di scelte, di politiche economiche che non hanno portato un avanzamento, un miglioramento per tutti, ma ancor di più disuguaglianza e disparità, e che hanno messo a dura prova la tenuta della classe media, che oggi teme di perdere ciò che aveva, e i cui figli sono destinati a vivere peggio dei loro genitori.
E i trattati commerciali dovrebbero essere concepiti anche nel segno dell'equità e della democrazia che dovrebbe essere alla loro base. I trattati non vanno demonizzati, non vanno visti come qualcosa di minaccioso per sé, ma certamente devono essere rimodulati su questa esigenza di equità e di democrazia.
Questa considerazione mi porta a mettere l'accento su un'altra parola-chiave: trasparenza. Ci tengo a darvi alcuni riferimenti temporali per far capire perché la questione è diventata così scottante .
Nel 2014, l'accesso ai testi relativi alTtip è stato concesso a tutti i membri del Parlamento europeo, ma non ai membri dei Parlamenti nazionali, all'interno della "reading room", istituita a Bruxelles.
Poi la Conferenza dei Presidenti dei Parlamenti dell'Ue che si è svolta a Roma il 20 e 21 aprile 2015 - sotto Presidenza italiana - ha invitato nelle proprie conclusioni la Commissione europea a garantire ai parlamentari nazionali lo stesso accesso di documenti consentito ai parlamentari europei.
Ma la Commissione europea e gli Stati Uniti raggiunsero nell'aprile 2015 un accordo in base al quale l'accesso ai documenti negoziali era consentito, oltre che ai parlamentari europei, ai funzionari governativi e parlamentari presso le ambasciate americane dei paesi membri dell'Unione europea.
Inutile dirvi che cominciai a ricevere deputati che affermavano che non andava bene, che questa condizione non era accettabile e li metteva in difficoltà, che bisognava attivarsi per affermare le prerogative parlamentari.
Il 10 settembre del 2015 la Camera dei deputati approvava una risoluzione che reiterava la richiesta di consentire anche ai parlamentari nazionali l'accesso ai documenti negoziali.
Il 26 Novembre 2015, durante un'audizione qui a Montecitorio, la Commissaria Malmström comunicava che i testi negoziali consolidati potevano essere consultati anche dai parlamentari nazionali presso i ministeri degli Stati membri.
Il 18 febbraio scorso scrivevo una lettera alla Ministra Boschi, sollecitando l' attivazione della reading room per i parlamentari italiani.
E finalmente il Ministero per lo Sviluppo economico, a partire dal 30 Maggio, ha predisposto una reading room presso la sua sede centrale dove i parlamentari possono consultare questi materiali.
Ritengo di aver fatto quello che si doveva fare per far valere le prerogative parlamentari.
Ultimo appuntamento di rilievo, su questo tema, è stata la Conferenza dei Presidenti dei Parlamenti dell'Unione europea, che si è svolta a Lussemburgo dal 22 al 24 maggio scorso. Nelle loro conclusioni, i Presidenti hanno sottolineato all'unanimità che "gli accordi di libero scambio Ttip e Ceta dovrebbero essere considerati accordi misti" e hanno insistito sul fatto che "i Parlamenti nazionali debbono dare il proprio consenso".
Invito tutti a riflettere sul significato reale di questa richiesta di informazione e di coinvolgimento nelle decisioni da parte dei Parlamenti nazionali perché riterrei un grave errore considerarla come un'istanza corporativa o come la rivendicazione di un primato nazionale sulle istituzioni europee. Non è questa la chiave di lettura.
Io che sono fortemente impegnata in ambito europeista, ritengo che dobbiamo fare un atto di onestà nel prendere coscienza che questa Europa intergovernativa ha allontanato i cittadini dalle istituzioni europee. Se si doveva fare per obiettivi di velocità e di efficienza, i risultati non mi sembrano esserci, visto ad esempio il modo in cui è stata gestita la vicenda dei flussi migratori. Un Consiglio europeo dopo l'altro, e cosa abbiamo risolto? Che la questione dell'asilo, una delle fondamentali questioni identitarie del nostro continente, è stata delocalizzata alla Turchia.
E' giunto il momento, invece, di concepire un'Europa più democratica, in cui i parlamenti nazionali possano e debbano dare il loro contributo diretto all'assetto europeo. Dobbiamo fare in modo che i parlamenti possano esprimere il loro intendimento.
E non bastano i parlamenti europei. Ci vogliono i cittadini, e nel dirlo non c'è nessuna abdicazione della democrazia rappresentativa. Proprio perché abbiamo bisogno di una rotta costante, perché il tempo che viviamo è veloce, voglio che sulle grandi questioni i nostri concittadini possano sempre esprimersi. Per questo sul sito della Camera c'è una consultazione pubblica online, nella pagina di una Presidente che crede fortemente nella rappresentanza parlamentare. Sette domande sull'Europa, semplici, elaborate con il concorso dell'Istat, che prendono le mosse da un documento parlamentare, firmato in questa Camera.
A settembre scorso ho voluto proporre coi miei omologhi di Francia, Germania e Lussemburgo una Dichiarazione che dice: vogliamo più Europa, non meno Europa, ma un'Europa che cambi politica economica, che punti alla crescita e all'occupazione. Diciamo di essere pronti a condividere sovranità. Se i problemi sono di ordine sovranazionale, la sovranità deve essere condivisa se vogliamo essere efficaci. E diciamo anche che vogliamo andare verso una Unione federale di Stati.
Oggi siamo in 15 Presidenti di Parlamento a credere in questo impianto. Vuol dire che in Europa c'è chi ci crede, chi si mette in discussione e in gioco. Non è vero che tutto è perso. E' andata male con il Regno Unito, abbiamo perso un grande Paese molto legato alle proprie tradizioni ma anche molto capace di innovare. Ma adesso non dobbiamo più sentirci bloccati, dobbiamo rilanciare. Oggi è il tempo del coraggio, dobbiamo usare il prossimo anno - sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma - come occasione per un grande rilancio strategico di un'Europa capace di dare quello che i cittadini chiedono. Non si tratta di due, tre, quattro velocità. Si tratta di capire, nel nucleo centrale di Paesi, chi crede in questo passaggio. Liberamente io ho 15 firme su un documento che mi dicono di andare avanti. Chi non ci crede è libero di non crederci. Ma noi non possiamo fermarci. Se ci fermiamo il rischio è che tutto crolli, perché non c'è un'alternativa possibile alla disgregazione. L'unico orizzonte possibile è il nazionalismo e la chiusura nelle piccole, anacronistiche patrie.
Credo che debba essere intento di tutti noi, anche nella discussione di questi importanti trattati, avere sempre come retropensiero il nostro obiettivo europeista. Noi vogliamo che sulla scena globale l'Europa conti. E perché l'Europa possa contare deve essere più forte, più integrata, basata sui suoi valori costitutivi: la democrazia, i diritti umani, l'inclusione e la giustizia sociale. E' da qui, è dalle periferie dell'Europa, che noi dobbiamo ricominciare per essere credibili e per dare un futuro ai nostri figli.
Saluto introduttivo al convegno 'Il trattato commerciale UE-USA (TTIP): preoccupazioni e proposte di parti sociali e imprese'
Buon pomeriggio a tutte e a tutti. Saluto il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, le deputate e i deputati presenti, i rappresentanti delle associazioni che hanno promosso questo incontro e tutti i partecipanti. Mi fa piacere che i promotori abbiano voluto svolgere qui alla Camera questa occasione di riflessione perché io stessa, nei mesi scorsi, ho raccolto non poche preoccupazioni da parte di cittadini, imprenditori, organizzazioni sindacali e ambientaliste nei confronti dei temi che sono al centro del negoziato tra Europa e Stati Uniti per il nuovo Trattato commerciale.
Preoccupazioni che riguardano la sicurezza alimentare, i diritti del lavoro, i servizi e l'ambiente, solo per citare alcuni temi.
Intenzione dei promotori è quella, come si dice nel titolo di questo convegno, di esplicitare tali preoccupazioni ma anche le proposte delle parti sociali e delle imprese e di confrontarle con i parlamentari e con il Governo.
Quella di oggi è quindi una preziosa occasione di confronto.
Il timore che sta alla base di queste preoccupazioni è quello che, per raggiungere l'intesa con gli Stati Uniti, si rinunci a quello che ci siamo conquistati con molti anni di fatica: che l'Unione europea rinunci ad alcuni suoi vincoli "non tariffari" abbassando gli standard che tutelano la salute e la sicurezza delle persone e dell'ambiente.
Inoltre ci si chiede quale impatto questo trattato potrà avere sul sistema economico: ci converrà o non ci converrà? E' utile o no? Avremo nuove opportunità o perderemo altri posti di lavoro? Aumenteremo il Pil o il numero dei disoccupati? Questi sono i temi.
Direte voi nel merito e dirà il Ministro Calenda. Non ho mai creduto ai tuttologi.
Mi limito a svolgere, su questo tema, due considerazioni. La prima mi viene suggerita da un atto parlamentare recente, approvato alla Camera con una larga maggioranza: è la proposta di legge che modifica i documenti di bilancio. In questa proposta, che riscrive le modalità con le quali si costruisce il bilancio annuale, ci sono due importanti innovazioni. La prima è quella di riconoscere rilievo agli indicatori di benessere equo e sostenibile (BES) - vedo qui davanti il deputato Marcon, che da anni se ne occupa, e con lui altri deputati e deputate. La seconda è quella che riguarda il bilancio di genere.
La scelta di introdurre questi due nuovi indicatori - della cui importanza avevo parlato con il Presidente della Commissione Bilancio Boccia - sta a significare che gli obiettivi che devono perseguire Governo e Parlamento nelle loro scelte di politica economica non possono riguardare soltanto la crescita del Pil - obiettivo che rimane di grande importanza - ma anche la qualità della vita nel suo complesso. Mi sembra un segno di avanzamento, di maturità. Qualità della vita vuol dire la salute, l'istruzione, il patrimonio culturale e ambientale, il lavoro e la sua conciliazione con la vita privata. Vuol dire anche questioni di genere, perché il nostro Paese in questo ambito è purtroppo molto arretrato. Un Paese in cui solo il 47 per cento delle donne lavora dimostra di non capire che noi rialzeremo la testa solo quando verrà annunciato un grande piano per stimolare l'occupazione femminile. Il Fondo Monetario Internazionale ci dice chiaramente che quando le donne lavorano la produttività aumenta, e con essa il Pil.
La seconda riflessione di carattere generale riguarda la globalizzazione. Nel suo famoso saggio "La globalizzazione e i suoi oppositori" Joseph Stiglitz afferma: "La globalizzazione è una forza positiva che ha portato enormi vantaggi ad alcuni, ma per il modo in cui è stata gestita, tanti milioni di persone non ne hanno tratto alcun beneficio e moltissime altre stanno ancora peggio di prima".
Su questa affermazione non possiamo dividerci, non è discutibile la sua validità. Si sono aperti nuovi mercati per il commercio mondiale e in alcuni grandi Paesi, definiti fino a qualche anno fa "in via di sviluppo", è cresciuta e si è consolidata una nuova classe media. Ma non c'è dubbio che sono enormemente cresciute anche le diseguaglianze sociali, tra i Paesi e all'interno dei singoli Paesi. Si tratta di quegli "espulsi" dall'economia globale di cui ci ha parlato Saskia Sassen in un'interessante conferenza qui alla Camera qualche mese fa. Gli espulsi sono tanti, troppi, e noi non possiamo ignorarli.
Alcuni cittadini si sentono più vulnerabili di prima, e reagiscono chiudendosi. Se noi ci chiudiamo saremo più sicuri, pensano. Le nostre piccole patrie saranno ancora oggi il nostro scudo. E allora c'è il ritorno nazionalista, la chiusura delle frontiere, perfino i muri e i fili spinati. Si tratta di ricette non solo non adeguate alle enormi questioni che abbiamo davanti, ma anche irrealistiche e illusorie. Nessuno dei nostri Stati riuscirà a dare una risposta da solo ai problemi che abbiamo di fronte: al cambiamento climatico, ai flussi della finanza, ai fenomeni migratori, allo sviluppo delle comunicazioni (stamattina abbiamo visto, durante la relazione Agcom, quanta strada ci sia da fare per superare il digital divide: ma la dobbiamo fare insieme).
Quei politici che vendono queste ricette - semplici, immediate, tranchant - rendono quindi un pessimo servizio al nostro Paese e ai cittadini. Vendono fumo, perché i problemi sono molto più complessi di uno slogan o dei 140 caratteri di un tweet.
Noi dobbiamo partire dall'assunto che la storia non si ferma, il tempo procede in avanti. La globalizzazione non finirà, ma noi dobbiamo riuscire a governarla, a convivere con questo fenomeno nel modo migliore possibile.
Non ci si può addolorare per la Brexit, o per il successo elettorale di movimenti antieuropeisti o magari xenofobi, senza capirne le ragioni di fondo, senza paura. Io ho dato una mia lettura: bisogna invertire la rotta delle politiche economiche che ci hanno portato fino a qui. Perché questa globalizzazione non è l'unica possibile, così come questa Europa non è l'unica possibile. E' figlia di scelte, di politiche economiche che non hanno portato un avanzamento, un miglioramento per tutti, ma ancor di più disuguaglianza e disparità, e che hanno messo a dura prova la tenuta della classe media, che oggi teme di perdere ciò che aveva, e i cui figli sono destinati a vivere peggio dei loro genitori.
E i trattati commerciali dovrebbero essere concepiti anche nel segno dell'equità e della democrazia che dovrebbe essere alla loro base. I trattati non vanno demonizzati, non vanno visti come qualcosa di minaccioso per sé, ma certamente devono essere rimodulati su questa esigenza di equità e di democrazia.
Questa considerazione mi porta a mettere l'accento su un'altra parola-chiave: trasparenza. Ci tengo a darvi alcuni riferimenti temporali per far capire perché la questione è diventata così scottante .
Nel 2014, l'accesso ai testi relativi alTtip è stato concesso a tutti i membri del Parlamento europeo, ma non ai membri dei Parlamenti nazionali, all'interno della "reading room", istituita a Bruxelles.
Poi la Conferenza dei Presidenti dei Parlamenti dell'Ue che si è svolta a Roma il 20 e 21 aprile 2015 - sotto Presidenza italiana - ha invitato nelle proprie conclusioni la Commissione europea a garantire ai parlamentari nazionali lo stesso accesso di documenti consentito ai parlamentari europei.
Ma la Commissione europea e gli Stati Uniti raggiunsero nell'aprile 2015 un accordo in base al quale l'accesso ai documenti negoziali era consentito, oltre che ai parlamentari europei, ai funzionari governativi e parlamentari presso le ambasciate americane dei paesi membri dell'Unione europea.
Inutile dirvi che cominciai a ricevere deputati che affermavano che non andava bene, che questa condizione non era accettabile e li metteva in difficoltà, che bisognava attivarsi per affermare le prerogative parlamentari.
Il 10 settembre del 2015 la Camera dei deputati approvava una risoluzione che reiterava la richiesta di consentire anche ai parlamentari nazionali l'accesso ai documenti negoziali.
Il 26 Novembre 2015, durante un'audizione qui a Montecitorio, la Commissaria Malmström comunicava che i testi negoziali consolidati potevano essere consultati anche dai parlamentari nazionali presso i ministeri degli Stati membri.
Il 18 febbraio scorso scrivevo una lettera alla Ministra Boschi, sollecitando l' attivazione della reading room per i parlamentari italiani.
E finalmente il Ministero per lo Sviluppo economico, a partire dal 30 Maggio, ha predisposto una reading room presso la sua sede centrale dove i parlamentari possono consultare questi materiali.
Ritengo di aver fatto quello che si doveva fare per far valere le prerogative parlamentari.
Ultimo appuntamento di rilievo, su questo tema, è stata la Conferenza dei Presidenti dei Parlamenti dell'Unione europea, che si è svolta a Lussemburgo dal 22 al 24 maggio scorso. Nelle loro conclusioni, i Presidenti hanno sottolineato all'unanimità che "gli accordi di libero scambio Ttip e Ceta dovrebbero essere considerati accordi misti" e hanno insistito sul fatto che "i Parlamenti nazionali debbono dare il proprio consenso".
Invito tutti a riflettere sul significato reale di questa richiesta di informazione e di coinvolgimento nelle decisioni da parte dei Parlamenti nazionali perché riterrei un grave errore considerarla come un'istanza corporativa o come la rivendicazione di un primato nazionale sulle istituzioni europee. Non è questa la chiave di lettura.
Io che sono fortemente impegnata in ambito europeista, ritengo che dobbiamo fare un atto di onestà nel prendere coscienza che questa Europa intergovernativa ha allontanato i cittadini dalle istituzioni europee. Se si doveva fare per obiettivi di velocità e di efficienza, i risultati non mi sembrano esserci, visto ad esempio il modo in cui è stata gestita la vicenda dei flussi migratori. Un Consiglio europeo dopo l'altro, e cosa abbiamo risolto? Che la questione dell'asilo, una delle fondamentali questioni identitarie del nostro continente, è stata delocalizzata alla Turchia.
E' giunto il momento, invece, di concepire un'Europa più democratica, in cui i parlamenti nazionali possano e debbano dare il loro contributo diretto all'assetto europeo. Dobbiamo fare in modo che i parlamenti possano esprimere il loro intendimento.
E non bastano i parlamenti europei. Ci vogliono i cittadini, e nel dirlo non c'è nessuna abdicazione della democrazia rappresentativa. Proprio perché abbiamo bisogno di una rotta costante, perché il tempo che viviamo è veloce, voglio che sulle grandi questioni i nostri concittadini possano sempre esprimersi. Per questo sul sito della Camera c'è una consultazione pubblica online, nella pagina di una Presidente che crede fortemente nella rappresentanza parlamentare. Sette domande sull'Europa, semplici, elaborate con il concorso dell'Istat, che prendono le mosse da un documento parlamentare, firmato in questa Camera.
A settembre scorso ho voluto proporre coi miei omologhi di Francia, Germania e Lussemburgo una Dichiarazione che dice: vogliamo più Europa, non meno Europa, ma un'Europa che cambi politica economica, che punti alla crescita e all'occupazione. Diciamo di essere pronti a condividere sovranità. Se i problemi sono di ordine sovranazionale, la sovranità deve essere condivisa se vogliamo essere efficaci. E diciamo anche che vogliamo andare verso una Unione federale di Stati.
Oggi siamo in 15 Presidenti di Parlamento a credere in questo impianto. Vuol dire che in Europa c'è chi ci crede, chi si mette in discussione e in gioco. Non è vero che tutto è perso. E' andata male con il Regno Unito, abbiamo perso un grande Paese molto legato alle proprie tradizioni ma anche molto capace di innovare. Ma adesso non dobbiamo più sentirci bloccati, dobbiamo rilanciare. Oggi è il tempo del coraggio, dobbiamo usare il prossimo anno - sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma - come occasione per un grande rilancio strategico di un'Europa capace di dare quello che i cittadini chiedono. Non si tratta di due, tre, quattro velocità. Si tratta di capire, nel nucleo centrale di Paesi, chi crede in questo passaggio. Liberamente io ho 15 firme su un documento che mi dicono di andare avanti. Chi non ci crede è libero di non crederci. Ma noi non possiamo fermarci. Se ci fermiamo il rischio è che tutto crolli, perché non c'è un'alternativa possibile alla disgregazione. L'unico orizzonte possibile è il nazionalismo e la chiusura nelle piccole, anacronistiche patrie.
Credo che debba essere intento di tutti noi, anche nella discussione di questi importanti trattati, avere sempre come retropensiero il nostro obiettivo europeista. Noi vogliamo che sulla scena globale l'Europa conti. E perché l'Europa possa contare deve essere più forte, più integrata, basata sui suoi valori costitutivi: la democrazia, i diritti umani, l'inclusione e la giustizia sociale. E' da qui, è dalle periferie dell'Europa, che noi dobbiamo ricominciare per essere credibili e per dare un futuro ai nostri figli.