Saluto introduttivo alla sessione 'Open Parliament', nell'ambito del Global Summit della 'Open Government Partnership'
Buongiorno a tutte e a tutti.
Mi fa molto piacere essere qui oggi e prendere la parola su un tema che è molto importante: rendere più trasparente l'istituzione parlamentare e rafforzare i canali di partecipazione dei cittadini. Ringrazio il Presidente Claude Bartolone, l'amico Claude, per avermi voluto dare questa opportunità nonostante - voi lo sapete - nel mio paese viviamo un momento abbastanza delicato.
Come ha già detto già Claude nel suo messaggio introduttivo, alla Camera dei Deputati in questa legislatura abbiamo voluto mettere in atto una piccola rivoluzione digitale. Vuol dire aprire la Camera alla partecipazione delle persone e dare strumenti che oggi le persone usano: avere un account facebook, avere twitter, avere flickr, avere tutto quello che serve per comunicare con l'esterno.
E abbiamo voluto fare iniziative poco convenzionali: abbiamo aperto la Camera per 48 ore agli hackers. Ne sono venuti moltissimi, hanno lavorato gratuitamente e hanno deciso di sviluppare delle application per consentire un migliore utilizzo degli open data della Camera.
Questo per dire che crediamo fortemente nel valore democratico della rete, nel valore della partecipazione democratica attraverso la rete.
Però dobbiamo capirci: la rete non è una definizione neutra, la rete è un campo di forza, in cui agiscono attori grandi e piccoli, in cui ci sono complessi rapporti di potere, di natura commerciale sicuramente, ma anche di natura politica, sociale, militare.
E credo che l'intero catalogo dei diritti, per così dire, oggi vada riconsiderato, riaggiornato, alla luce di questa nuova condizione.
E dunque i parlamenti hanno il dovere, oltre che il diritto, di intervenire per sanare gli squilibri inaccettabili che si possono creare e anche perché i diritti dei cittadini non vengano violati. E siccome internet per definizione ha una natura internazionale, va oltre i confini nazionali, è importante che i parlamenti agiscano in modo coordinato.
E' per questo che con l'Assemblea Nazionale francese, con Claude Bartolone, abbiamo voluto prendere delle iniziative congiunte: perché è molto chiaro a me e al presidente Bartolone che solo da questa sinergia, alla quale ci auguriamo che altri aderiscano, possano nascere proposte che abbiano un impatto.
Qui a Parigi, nel settembre del 2015, noi abbiamo firmato una dichiarazione congiunta che è il risultato del lavoro di due commissioni, quella della Camera dei deputati italiana e quella dell'Assemblea nazionale francese. In essa si affermano dei principi che ritengo debbano essere pienamente applicati, anche nella parte legislativa a livello nazionale, nel modo più capillare possibile.
E allora brevemente cito alcuni principi che penso debbano essere di riferimento in questo ambito. La rete - diciamo nella nostra Dichiarazione - è un bene comune, dunque non può essere oggetto di appropriazione a vantaggio di alcuni soggetti, deve rimanere al servizio delle persone.
In internet poi devono essere garantiti gli stessi diritti che sono previsti nelle nostre costituzioni, nei trattati internazionali e nel diritto comunitario, visto che siamo nell'Unione Europea.
E poi devono essere affermati nuovi diritti: l'accesso alla rete deve essere un diritto; così come la garanzia della neutralità della rete, la net-neutrality, è un principio che deve essere elaborato e un diritto; il diritto all'oblio e la tutela dei dati personali.
Dell'esperienza italiana rispetto alla Dichiarazione dei diritti e dei doveri in internet vorrei sottolineare due aspetti. Intanto questa dichiarazione nasce da una commissione che ho voluto istituire e che è mista: è un esercizio di open partnership, deputati ed esperti della società civile.
Prima di finalizzare il contenuto della Dichiarazione, abbiamo voluto fare una consultazione pubblica online, cioè abbiamo sottoposto quel testo ai cittadini e abbiamo chiesto loro se volevano suggerire modifiche o emendamenti. Quindi: apertura verso l'esterno.
Questo metodo di aprire all'esterno, alla società civile, ai cittadini, penso sia la nuova frontiera delle democrazie, la nuova frontiera del parlamentarismo. Non si mette in discussione la rappresentanza se si apre al parere dei cittadini, anzi la rappresentanza si rafforza. Non c'è contraddizione tra rappresentanza diretta e rappresentanza indiretta: i cittadini attraverso la loro partecipazione rafforzano la rappresentanza parlamentare.
Lo ha detto prima Claude: è un esercizio che abbiamo fatto anche sull'Europa, questa Europa che per tanti versi non ci piace più, che ci mette in crisi. Abbiamo voluto, noi presidenti di Parlamento, noi che crediamo nell'Europa, firmare un documento che abbiamo sottoposto al parere dei cittadini attraverso 7 semplici domande. Abbiamo chiesto ai nostri cittadini che cosa non va in questa Europa e che cosa vorreste, nell'Europa del futuro.
Quello che è emerso dalla consultazione, a cui hanno partecipato decine di migliaia di persone, è molto interessante. Certo, i cittadini sono molto critici per alcuni aspetti, ma per altri abbiamo visto che la gran parte di loro in Italia continua a credere nell'Europa.
Vorrei tornare un attimo al concetto di diritti e doveri in internet, di cui parla la nostra dichiarazione.
Noi viviamo in un tempo molto difficile in cui in internet e nei social network trionfano le fake news, gli insulti, le minacce, come se fossero un dato normale.
L'odio si sta diffondendo nella rete e nei social network in modo capillare. Sono fermamente convinta che i social network dove i discorsi di odio si sviluppano maggiormente non possono tenere un atteggiamento neutrale e distaccato rispetto alla pericolosità del discorso d'odio, per il semplice fatto che il discorso di odio è pericoloso per le nostre società e per le nostre democrazie. Sono talmente convinta di questo che ho istituito alla Camera dei deputati una commissione sul discorso di odio e l'ho voluta dedicare a Jo Cox, la giovane deputata laburista britannica che è stata uccisa dall'odio politico.
Anche questa commissione è fatta da deputati ed esperti della società civile. Ritengo che questi colossi della rete non abbiano ancora una adeguata consapevolezza dei rischi dell'uso distorto delle loro piattaforme, e dei danni che un uso distorto può provocare sulla tenuta democratica del paese.
La maggior parte dei post e dei tweet discriminatori sono quelli contro le donne. Già nel 2006 questo era molto chiaro. All'Università del Maryland fecero un esperimento: crearono dei profili con nomi di donne e dei profili con nomi di uomini per partecipare a una chat. Il risultato è stato che i nomi femminili ricevevano almeno 100 messaggi al giorno a sfondo sessuale e minatorio, mentre solo il 3% dei profili con nomi di uomini riceveva questo tipo di commenti.
Allora, non è questa una forma di violenza? Ma come è possibile che noi donne, dopo anni e anni di battaglie per i nostri diritti, oggi ci troviamo di fronte alla scelta di essere insultate e umiliate costantemente oppure di uscire dai social network e non esercitare un nostro diritto? E' accettabile, secondo voi? Io non voglio che le donne, che noi, che le nostre figlie, ci troviamo costrette a questo.
Il 25 novembre scorso - vi racconto questo fatto - ho deciso di mettere sul mio profilo facebook una piccola parte degli insulti, delle minacce e delle sconcezze che ricevo ogni giorno, e di mettere nomi e cognomi di chi scrive quelle cose. Perché l'ho fatto? Penso che nessun'altra Presidente di Parlamento abbia fatto una cosa del genere, ma l'ho voluto fare in nome e per conto delle migliaia e migliaia di donne che ricevono lo stesso trattamento ma non se la sentono a rendere pubblica questa condizione; e magari poi arrivano ad atti estremi come togliersi la vita, come purtroppo succede.
L'ho fatto perché chi scrive quelle cose, quelle violenze, quelle sconcezze, deve essere noto. Lo devono sapere i famigliari di quelle persone chi sono quei signori, lo devono sapere gli amici, i datori di lavoro. Ognuno si deve assumere le proprie responsabilità.
Ma chi si deve vergognare - ditemi un po' - le donne che ricevono questi insulti e queste minacce o chi le scrive? Il post che ho pubblicato è stato visualizzato da oltre 7 milioni di utenti, ha ottenuto 40 mila condivisioni e 60 mila like. Perché questo seguito?
I social network dicono di essere contrari all'odio nelle loro piattaforme. Bene, lo dimostrino! Lo devono dimostrare investendo risorse e tecnologie per arginare questa minaccia. Perché anche per i social network questo è il tempo della responsabilità, perché il discorso d'odio sta diventando una vera e propria emergenza sociale e anche democratica.
Poi c'è il tema della disinformazione: le fake news, che sono alla base dell'odio. Si inventano notizie per delegittimare e per creare le reazioni che possono poi colpire la persona, che non ha mai detto certe cose ma che deve essere screditata. Vedete, non sono goliardate: a volte sì, sono talmente paradossali che farebbero anche ridere, se non fosse che sotto queste fake news ci sono migliaia di commenti terribili.
Vi cito semplicemente la mia esperienza personale, perché penso che anche molti di voi vivano la stessa condizione. Nelle ultime settimane, hanno fatto fake news in cui io direi che tutte le donne italiane devono avere il burqa. Ecco, fa ridere, ma poi ci sono migliaia di commenti di odio. Seconda fake delle ultime settimane: voglio introdurre una tassa sulla carne di maiale….e c'è chi ci crede. E ancora: le case popolari devono andare prima ai rom, poi agli immigrati e, se avanzano, in ultimo ai cittadini italiani. Voi non potete immaginare che cosa si alimenti con questo tipo di fake news.
Dunque, le falsità, le fake news, sono un problema anche politico, decisamente politico, perché mirano a influenzare le reputazioni delle persone e gli esiti elettorali. Per questo ve ne parlo, colleghi, perché è un problema che riguarda la democrazia, riguarda tutti noi.
Ed è chiaro che questo veleno crea le condizioni più idonee affinché le forze populiste abbiano la meglio: perché se vengono attribuite frasi folli ad alcuni esponenti delle istituzioni è chiaro che la gente, le persone, si rivoltano contro questi e ciò va a vantaggio delle forze populiste.
In conclusione vi posso dire che dopo aver fatto questa iniziativa i vertici di facebook hanno chiesto un incontro e io ho fatto loro tre proposte, perché devono dimostrare di essere seri. Ho proposto di introdurre l'icona "attenzione odio" quando c'è un post che alimenta odio; ho proposto loro di attivare un numero verde, una linea telefonica diretta gestita da loro per utenti che ricevono minacce e insulti; in terzo luogo, ho proposto loro di aprire un ufficio nel nostro Paese con dei team di sorveglianza che possano reagire in tempo reale e avere dei collegamenti diretti con la polizia postale.
Credo che i Parlamenti in questa materia abbiano molto da fare: sono espressione dei cittadini, dunque hanno il dovere di far sì che la rete, i social network siano ambiti sicuri, aperti, trasparenti, e non invece piattaforme su cui si sovverte l'ordine delle cose, alterandole sistematicamente. Si tratta di un compito enorme, ma io penso che le istituzioni e la società civile debbano lavorare insieme per salvaguardare questo grande spazio che oggi abbiamo a disposizione e che non deve diventare monopolio dei violenti.
Saluto introduttivo alla sessione 'Open Parliament', nell'ambito del Global Summit della 'Open Government Partnership'
Buongiorno a tutte e a tutti.
Mi fa molto piacere essere qui oggi e prendere la parola su un tema che è molto importante: rendere più trasparente l'istituzione parlamentare e rafforzare i canali di partecipazione dei cittadini. Ringrazio il Presidente Claude Bartolone, l'amico Claude, per avermi voluto dare questa opportunità nonostante - voi lo sapete - nel mio paese viviamo un momento abbastanza delicato.
Come ha già detto già Claude nel suo messaggio introduttivo, alla Camera dei Deputati in questa legislatura abbiamo voluto mettere in atto una piccola rivoluzione digitale. Vuol dire aprire la Camera alla partecipazione delle persone e dare strumenti che oggi le persone usano: avere un account facebook, avere twitter, avere flickr, avere tutto quello che serve per comunicare con l'esterno.
E abbiamo voluto fare iniziative poco convenzionali: abbiamo aperto la Camera per 48 ore agli hackers. Ne sono venuti moltissimi, hanno lavorato gratuitamente e hanno deciso di sviluppare delle application per consentire un migliore utilizzo degli open data della Camera.
Questo per dire che crediamo fortemente nel valore democratico della rete, nel valore della partecipazione democratica attraverso la rete.
Però dobbiamo capirci: la rete non è una definizione neutra, la rete è un campo di forza, in cui agiscono attori grandi e piccoli, in cui ci sono complessi rapporti di potere, di natura commerciale sicuramente, ma anche di natura politica, sociale, militare.
E credo che l'intero catalogo dei diritti, per così dire, oggi vada riconsiderato, riaggiornato, alla luce di questa nuova condizione.
E dunque i parlamenti hanno il dovere, oltre che il diritto, di intervenire per sanare gli squilibri inaccettabili che si possono creare e anche perché i diritti dei cittadini non vengano violati. E siccome internet per definizione ha una natura internazionale, va oltre i confini nazionali, è importante che i parlamenti agiscano in modo coordinato.
E' per questo che con l'Assemblea Nazionale francese, con Claude Bartolone, abbiamo voluto prendere delle iniziative congiunte: perché è molto chiaro a me e al presidente Bartolone che solo da questa sinergia, alla quale ci auguriamo che altri aderiscano, possano nascere proposte che abbiano un impatto.
Qui a Parigi, nel settembre del 2015, noi abbiamo firmato una dichiarazione congiunta che è il risultato del lavoro di due commissioni, quella della Camera dei deputati italiana e quella dell'Assemblea nazionale francese. In essa si affermano dei principi che ritengo debbano essere pienamente applicati, anche nella parte legislativa a livello nazionale, nel modo più capillare possibile.
E allora brevemente cito alcuni principi che penso debbano essere di riferimento in questo ambito. La rete - diciamo nella nostra Dichiarazione - è un bene comune, dunque non può essere oggetto di appropriazione a vantaggio di alcuni soggetti, deve rimanere al servizio delle persone.
In internet poi devono essere garantiti gli stessi diritti che sono previsti nelle nostre costituzioni, nei trattati internazionali e nel diritto comunitario, visto che siamo nell'Unione Europea.
E poi devono essere affermati nuovi diritti: l'accesso alla rete deve essere un diritto; così come la garanzia della neutralità della rete, la net-neutrality, è un principio che deve essere elaborato e un diritto; il diritto all'oblio e la tutela dei dati personali.
Dell'esperienza italiana rispetto alla Dichiarazione dei diritti e dei doveri in internet vorrei sottolineare due aspetti. Intanto questa dichiarazione nasce da una commissione che ho voluto istituire e che è mista: è un esercizio di open partnership, deputati ed esperti della società civile.
Prima di finalizzare il contenuto della Dichiarazione, abbiamo voluto fare una consultazione pubblica online, cioè abbiamo sottoposto quel testo ai cittadini e abbiamo chiesto loro se volevano suggerire modifiche o emendamenti. Quindi: apertura verso l'esterno.
Questo metodo di aprire all'esterno, alla società civile, ai cittadini, penso sia la nuova frontiera delle democrazie, la nuova frontiera del parlamentarismo. Non si mette in discussione la rappresentanza se si apre al parere dei cittadini, anzi la rappresentanza si rafforza. Non c'è contraddizione tra rappresentanza diretta e rappresentanza indiretta: i cittadini attraverso la loro partecipazione rafforzano la rappresentanza parlamentare.
Lo ha detto prima Claude: è un esercizio che abbiamo fatto anche sull'Europa, questa Europa che per tanti versi non ci piace più, che ci mette in crisi. Abbiamo voluto, noi presidenti di Parlamento, noi che crediamo nell'Europa, firmare un documento che abbiamo sottoposto al parere dei cittadini attraverso 7 semplici domande. Abbiamo chiesto ai nostri cittadini che cosa non va in questa Europa e che cosa vorreste, nell'Europa del futuro.
Quello che è emerso dalla consultazione, a cui hanno partecipato decine di migliaia di persone, è molto interessante. Certo, i cittadini sono molto critici per alcuni aspetti, ma per altri abbiamo visto che la gran parte di loro in Italia continua a credere nell'Europa.
Vorrei tornare un attimo al concetto di diritti e doveri in internet, di cui parla la nostra dichiarazione.
Noi viviamo in un tempo molto difficile in cui in internet e nei social network trionfano le fake news, gli insulti, le minacce, come se fossero un dato normale.
L'odio si sta diffondendo nella rete e nei social network in modo capillare. Sono fermamente convinta che i social network dove i discorsi di odio si sviluppano maggiormente non possono tenere un atteggiamento neutrale e distaccato rispetto alla pericolosità del discorso d'odio, per il semplice fatto che il discorso di odio è pericoloso per le nostre società e per le nostre democrazie. Sono talmente convinta di questo che ho istituito alla Camera dei deputati una commissione sul discorso di odio e l'ho voluta dedicare a Jo Cox, la giovane deputata laburista britannica che è stata uccisa dall'odio politico.
Anche questa commissione è fatta da deputati ed esperti della società civile. Ritengo che questi colossi della rete non abbiano ancora una adeguata consapevolezza dei rischi dell'uso distorto delle loro piattaforme, e dei danni che un uso distorto può provocare sulla tenuta democratica del paese.
La maggior parte dei post e dei tweet discriminatori sono quelli contro le donne. Già nel 2006 questo era molto chiaro. All'Università del Maryland fecero un esperimento: crearono dei profili con nomi di donne e dei profili con nomi di uomini per partecipare a una chat. Il risultato è stato che i nomi femminili ricevevano almeno 100 messaggi al giorno a sfondo sessuale e minatorio, mentre solo il 3% dei profili con nomi di uomini riceveva questo tipo di commenti.
Allora, non è questa una forma di violenza? Ma come è possibile che noi donne, dopo anni e anni di battaglie per i nostri diritti, oggi ci troviamo di fronte alla scelta di essere insultate e umiliate costantemente oppure di uscire dai social network e non esercitare un nostro diritto? E' accettabile, secondo voi? Io non voglio che le donne, che noi, che le nostre figlie, ci troviamo costrette a questo.
Il 25 novembre scorso - vi racconto questo fatto - ho deciso di mettere sul mio profilo facebook una piccola parte degli insulti, delle minacce e delle sconcezze che ricevo ogni giorno, e di mettere nomi e cognomi di chi scrive quelle cose. Perché l'ho fatto? Penso che nessun'altra Presidente di Parlamento abbia fatto una cosa del genere, ma l'ho voluto fare in nome e per conto delle migliaia e migliaia di donne che ricevono lo stesso trattamento ma non se la sentono a rendere pubblica questa condizione; e magari poi arrivano ad atti estremi come togliersi la vita, come purtroppo succede.
L'ho fatto perché chi scrive quelle cose, quelle violenze, quelle sconcezze, deve essere noto. Lo devono sapere i famigliari di quelle persone chi sono quei signori, lo devono sapere gli amici, i datori di lavoro. Ognuno si deve assumere le proprie responsabilità.
Ma chi si deve vergognare - ditemi un po' - le donne che ricevono questi insulti e queste minacce o chi le scrive? Il post che ho pubblicato è stato visualizzato da oltre 7 milioni di utenti, ha ottenuto 40 mila condivisioni e 60 mila like. Perché questo seguito?
I social network dicono di essere contrari all'odio nelle loro piattaforme. Bene, lo dimostrino! Lo devono dimostrare investendo risorse e tecnologie per arginare questa minaccia. Perché anche per i social network questo è il tempo della responsabilità, perché il discorso d'odio sta diventando una vera e propria emergenza sociale e anche democratica.
Poi c'è il tema della disinformazione: le fake news, che sono alla base dell'odio. Si inventano notizie per delegittimare e per creare le reazioni che possono poi colpire la persona, che non ha mai detto certe cose ma che deve essere screditata. Vedete, non sono goliardate: a volte sì, sono talmente paradossali che farebbero anche ridere, se non fosse che sotto queste fake news ci sono migliaia di commenti terribili.
Vi cito semplicemente la mia esperienza personale, perché penso che anche molti di voi vivano la stessa condizione. Nelle ultime settimane, hanno fatto fake news in cui io direi che tutte le donne italiane devono avere il burqa. Ecco, fa ridere, ma poi ci sono migliaia di commenti di odio. Seconda fake delle ultime settimane: voglio introdurre una tassa sulla carne di maiale….e c'è chi ci crede. E ancora: le case popolari devono andare prima ai rom, poi agli immigrati e, se avanzano, in ultimo ai cittadini italiani. Voi non potete immaginare che cosa si alimenti con questo tipo di fake news.
Dunque, le falsità, le fake news, sono un problema anche politico, decisamente politico, perché mirano a influenzare le reputazioni delle persone e gli esiti elettorali. Per questo ve ne parlo, colleghi, perché è un problema che riguarda la democrazia, riguarda tutti noi.
Ed è chiaro che questo veleno crea le condizioni più idonee affinché le forze populiste abbiano la meglio: perché se vengono attribuite frasi folli ad alcuni esponenti delle istituzioni è chiaro che la gente, le persone, si rivoltano contro questi e ciò va a vantaggio delle forze populiste.
In conclusione vi posso dire che dopo aver fatto questa iniziativa i vertici di facebook hanno chiesto un incontro e io ho fatto loro tre proposte, perché devono dimostrare di essere seri. Ho proposto di introdurre l'icona "attenzione odio" quando c'è un post che alimenta odio; ho proposto loro di attivare un numero verde, una linea telefonica diretta gestita da loro per utenti che ricevono minacce e insulti; in terzo luogo, ho proposto loro di aprire un ufficio nel nostro Paese con dei team di sorveglianza che possano reagire in tempo reale e avere dei collegamenti diretti con la polizia postale.
Credo che i Parlamenti in questa materia abbiano molto da fare: sono espressione dei cittadini, dunque hanno il dovere di far sì che la rete, i social network siano ambiti sicuri, aperti, trasparenti, e non invece piattaforme su cui si sovverte l'ordine delle cose, alterandole sistematicamente. Si tratta di un compito enorme, ma io penso che le istituzioni e la società civile debbano lavorare insieme per salvaguardare questo grande spazio che oggi abbiamo a disposizione e che non deve diventare monopolio dei violenti.
Vi ringrazio.