Saluto introduttivo al convegno ‘Il nuovo protagonismo femminile nell’arte’, in occasione dell’inaugurazione della mostra ‘Vo(l)to di donna’
Buongiorno a tutte e a tutti.
Oggi inauguriamo una bellissima mostra d'arte che ho appena visto e che ritengo di particolare significato. Il titolo di questa esposizione è 'Vo(l)to di donna', dove la elle tra parentesi sta a significare che si può leggere anche come 'Voto di donna', perché questa mostra chiude una serie di iniziative di celebrazione che alla Camera abbiamo voluto dedicare ai 70 anni del voto femminile.
Iniziative che ci hanno messo in contatto con donne straordinarie, di cui purtroppo si sa troppo poco. Ringrazio le associazioni che hanno promosso questo appuntamento perché, vedrete, la mostra è veramente straordinaria. Ringrazio Lella Golfo, Presidente della Fondazione Belisario; ringrazio Livia Turco per aver collaborato come Presidente della Fondazione Nilde Iotti; ringrazio Carmine Perito, Presidente dell'associazione Artisticamente; ringrazio Pietro Folena, Presidente dell'associazione Metamorfosi, che ha prodotto la mostra. E' un grazie sentito perché è un grande omaggio alle donne e un modo bello di chiudere la serie di iniziative che abbiamo fatto qui alla Camera.
In questa sala - che abbiamo riaperto dopo anni e dopo lavori di restauro importanti - fino a poche settimane fa c'era una mostra dedicata al "1946: l'anno della svolta", l'anno in cui le donne iniziano ad esistere in questo paese come soggetto politico.
Prima di allora era vietato alle donne di entrare nella cabina elettorale, non avevano il diritto di votare. Con quella iniziativa abbiamo voluto illustrare il lungo cammino che hanno dovuto fare le donne: un cammino che inizia subito dopo l'Unità d'Italia, prosegue con la dittatura fascista che lo ostacola - perché il regime voleva che la donna fosse moglie e madre, dunque si doveva accontentare di questo - e procede poi con successo nel momento in cui si dichiara la Repubblica.
Abbiamo illustrato tutto questo percorso perché sono tante le donne belle, capaci, coraggiose che ci hanno portato a quel voto. Noi abbiamo avuto le nostre suffragette. Eppure le nostre ragazze, le nostre figlie non lo sanno, non conoscono queste figure straordinarie.
Abbiamo fatto una ricerca lunghissima negli archivi per riuscire ad avere documenti, per capire come si è sviluppato il percorso di emancipazione che ha portato al voto delle donne. E ci siamo imbattute in molte figure interessanti. Ve ne cito due. Una è Anna Maria Mozzoni, una grande donna che a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento diventa pioniera del femminismo italiano, fa petizioni, raccoglie firme per riuscire a ottenere il voto delle donne. L'altro è un uomo, Salvatore Morelli, deputato mazziniano e persona lungimirante, la cui carriera politica diventa molto controversa quando nel 1867 ha la malaugurata idea di dire che bisogna abolire la schiavitù domestica e dare alle donne i diritti civili e politici, incluso il diritto al voto. 1867! Ci siamo arrivati nel 1946. Morelli fa questa proposta di legge, e nel momento in cui la fa si scava la fossa politica perché da allora diventa uno zimbello, viene deriso ogni volta che parla in aula: leggendo i resoconti parlamentari abbiamo verificato che quando prendeva la parola c'erano sberleffi, derisioni, battute. E la satira dell'epoca lo rappresenta vestito da donna, come una figura non autorevole di cui prendersi gioco.
Ho pensato che queste figure devono essere rese note e quindi ho intenzione di dedicare loro due busti: uno alla Mozzoni e uno a Morelli. Vedete, a Montecitorio noi siamo pieni di sculture e ritratti, ma quando sono entrata qui dentro ho subito notato che non c'erano volti di donne tranne quello di Nilde Iotti. Ritratti di uomini ovunque, oppure di donne sante. Le sante vanno benissimo, ma tra loro e il niente in mezzo c'è una umanità femminile che per questa Costituzione ha svolto un ruolo importante.
Perciò ho pensato che bisognasse riconoscere il loro ruolo alle donne che hanno contribuito alla creazione della Repubblica e allo sviluppo del Paese: perché tutta la società ci ha guadagnato, non solo le donne.
Ho proposto di fare qualcosa che qui dentro poteva essere considerato 'irrituale' - questa è una delle definizioni - cioè ho istituito la "Sala delle donne", nella quale mettere le prime donne delle nostre istituzioni e che vi invito ad andare a visitare.
Non potevamo certo dare visibilità a tutte le donne che hanno contato: troppo lungo l'elenco, non sarebbe stato possibile trovare uno spazio adeguato. Ma almeno le prime sì.
In una parete troverete le foto delle 21 costituenti. In un'altra parete le foto delle prime donne sindache: era il 1946, non c'era traccia di questa presenza, abbiamo dovuto faticare non poco per rintracciare le prime dieci elette in quell'anno. Non erano mai state celebrate queste donne, mai; né i loro parenti erano stati considerati e invitati. Il giorno in cui abbiamo inaugurato la Sala abbiamo chiamato i parenti di quelle prime donne e i sindaci che oggi rivestono quel ruolo nei loro Comuni.
In un'altra parete abbiamo voluto mettere la prima Presidente della Camera, Nilde Iotti; la prima donna ministra, Tina Anselmi, e poi la prima donna Presidente di Regione, Nenna D'Antonio.
Infine, nella quarta parete avrei voluto mettere anche le foto della prima Presidente della Repubblica, della prima Presidente del Consiglio e della prima Presidente del Senato. Ma le foto non c'erano, purtroppo! E allora ci ho messo tre specchi e accanto ci ho scritto: "Nessuna donna finora ha ricoperto queste cariche. Potresti essere tu la prima". Il messaggio va a tutte le ragazze, le studentesse, le persone che entrano qui, che si specchiano e sopra leggono due articoli della nostra Costituzione, che dice che le donne possono ambire a ogni ruolo nel nostro Paese. L'importante è crederci, avere l'autostima.
Ecco, in questa "Sala delle donne" abbiamo voluto rendere omaggio a queste figure. Vi voglio dare solo una cifra per sottolineare quanto tempo sia passato prima che una donna, Tina Anselmi, potesse diventare ministra. Era il luglio del '76: in Italia c'erano già stati, in 30 anni di libertà, di democrazia, 36 governi, con 836 ministri. Tutti uomini! Vi rendete conto? In Italia per 30 anni nessuna donna è stata ministra. Io ritengo che tutto questo abbia avuto un peso nella nostra società.
Nell'attuale legislatura, per la prima volta nella Repubblica, noi donne siamo il 30 per cento del Parlamento, sia alla Camera che al Senato. Non era mai accaduto prima. E lo dobbiamo anche a molte donne - Lella Golfo è una di queste - che hanno fatto delle leggi che ci hanno portato avanti.
Io non sono una fan delle cosiddette 'quote di genere', ma se le quote non ci fossero le donne non starebbero ancora nelle istituzioni. Questo è il prezzo che ancora dobbiamo pagare per essere nelle istituzioni. Spero che un giorno non ce ne sarà più bisogno, ma intanto è necessario che le quote ci siano per andare avanti.
Questo convegno vuole essere un modo per mettere al centro una realtà che non sempre è abbastanza valorizzata, cioè il ruolo delle donne nell'arte, nelle varie 'letture' e nelle varie posizioni, non solo come artiste. Vogliamo valorizzare anche le donne che si sono espresse come organizzatrici culturali, direttrici di gallerie, direttrici di musei, come donne impegnate nelle istituzioni culturali sia a livello nazionale sia a livello locale.
Sono tante, tantissime, le donne che si occupano di arte, e lo fanno dando un contributo significativo al nostro Paese perché l'arte è una delle cose che ci rende grandi. E nell'arte ci sono molte donne che contribuiscono a rendere il nostro Paese noto nel mondo.
Per questo trovo inaccettabile e insopportabile che tante donne che hanno questo expertise, che hanno delle qualifiche nel mondo della cultura, a volte vivano una precarietà quasi insopportabile. Lo trovo un grande spreco: il nostro Paese non dovrebbe consentire questo, dovrebbe investire di più nella cultura e nelle donne della cultura.
Ancora oggi le donne si trovano sempre in una posizione estremamente difficile. Permettetemi questa parentesi: in Italia solo il 47% lavora, ed è una delle percentuali più basse d'Europa. Quando fanno figli, troppo spesso sono costrette a scegliere tra maternità o lavoro, eppure tutti gli studi e le ricerche ci dicono che quando una donna lavora è tutta la società a trarne vantaggio.
Attraverso questa mostra, celebriamo e continuiamo a celebrare il Settantesimo anniversario del voto alle donne. Però non basta solo celebrare. Io spero che tutto questo ci porti a comprendere che l'impegno non è finito.
Noi donne - e con noi gli uomini, quelli lungimiranti e capaci di accompagnare questo percorso - dovremmo ancora oggi essere capaci di impegnarci per la parità dei diritti, perché non abbiamo ancora fatto tutta la strada che dovevamo fare.
Dovremmo essere tutti femministi. Mi fa strano pensare che questo possa essere considerato con ironia, perché non c'è nulla da ridere, nulla di cui divertirsi. Uomini e donne, se vogliono una società in cui tutti hanno gli stessi diritti, devono potersi definire femministi. In altri paesi lo fanno capi di stato e di governo, e io mi auguro che anche qui da noi si possa arrivare ad avere queste posizioni.
Mi auguro che il nostro impegno continui anche rispetto alla violenza sulle donne, ovviamente, che continua ad essere una piaga sociale, certo non solo nel nostro Paese ma sicuramente anche qui. La violenza sulle donne si può manifestare in tante forme: quella materiale è la più terribile, ma poi c'è anche quella verbale, ci sono le nuove frontiere della violenza che si trovano sul web.
Oggi le donne sono le più offese, le più umiliate, le più insultate in rete e io non credo che dopo aver fatto tante battaglie le donne debbano accettare questo stato di cose. Credo che dobbiamo reagire perché non vorrei che le nostre figlie si trovassero di fronte alla scelta tra il dover accettare queste umiliazioni per stare sul web oppure uscirne, rinunciando a un loro diritto. Quindi penso che anche su questo dobbiamo essere parte attiva e continuare la nostra battaglia. Perché non è vero che il percorso di parità oramai è raggiunto: nonostante le buone leggi, abbiamo ancora tanta strada da fare.
Saluto introduttivo al convegno ‘Il nuovo protagonismo femminile nell’arte’, in occasione dell’inaugurazione della mostra ‘Vo(l)to di donna’
Buongiorno a tutte e a tutti.
Oggi inauguriamo una bellissima mostra d'arte che ho appena visto e che ritengo di particolare significato. Il titolo di questa esposizione è 'Vo(l)to di donna', dove la elle tra parentesi sta a significare che si può leggere anche come 'Voto di donna', perché questa mostra chiude una serie di iniziative di celebrazione che alla Camera abbiamo voluto dedicare ai 70 anni del voto femminile.
Iniziative che ci hanno messo in contatto con donne straordinarie, di cui purtroppo si sa troppo poco. Ringrazio le associazioni che hanno promosso questo appuntamento perché, vedrete, la mostra è veramente straordinaria. Ringrazio Lella Golfo, Presidente della Fondazione Belisario; ringrazio Livia Turco per aver collaborato come Presidente della Fondazione Nilde Iotti; ringrazio Carmine Perito, Presidente dell'associazione Artisticamente; ringrazio Pietro Folena, Presidente dell'associazione Metamorfosi, che ha prodotto la mostra. E' un grazie sentito perché è un grande omaggio alle donne e un modo bello di chiudere la serie di iniziative che abbiamo fatto qui alla Camera.
In questa sala - che abbiamo riaperto dopo anni e dopo lavori di restauro importanti - fino a poche settimane fa c'era una mostra dedicata al "1946: l'anno della svolta", l'anno in cui le donne iniziano ad esistere in questo paese come soggetto politico.
Prima di allora era vietato alle donne di entrare nella cabina elettorale, non avevano il diritto di votare. Con quella iniziativa abbiamo voluto illustrare il lungo cammino che hanno dovuto fare le donne: un cammino che inizia subito dopo l'Unità d'Italia, prosegue con la dittatura fascista che lo ostacola - perché il regime voleva che la donna fosse moglie e madre, dunque si doveva accontentare di questo - e procede poi con successo nel momento in cui si dichiara la Repubblica.
Abbiamo illustrato tutto questo percorso perché sono tante le donne belle, capaci, coraggiose che ci hanno portato a quel voto. Noi abbiamo avuto le nostre suffragette. Eppure le nostre ragazze, le nostre figlie non lo sanno, non conoscono queste figure straordinarie.
Abbiamo fatto una ricerca lunghissima negli archivi per riuscire ad avere documenti, per capire come si è sviluppato il percorso di emancipazione che ha portato al voto delle donne. E ci siamo imbattute in molte figure interessanti. Ve ne cito due. Una è Anna Maria Mozzoni, una grande donna che a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento diventa pioniera del femminismo italiano, fa petizioni, raccoglie firme per riuscire a ottenere il voto delle donne. L'altro è un uomo, Salvatore Morelli, deputato mazziniano e persona lungimirante, la cui carriera politica diventa molto controversa quando nel 1867 ha la malaugurata idea di dire che bisogna abolire la schiavitù domestica e dare alle donne i diritti civili e politici, incluso il diritto al voto. 1867! Ci siamo arrivati nel 1946. Morelli fa questa proposta di legge, e nel momento in cui la fa si scava la fossa politica perché da allora diventa uno zimbello, viene deriso ogni volta che parla in aula: leggendo i resoconti parlamentari abbiamo verificato che quando prendeva la parola c'erano sberleffi, derisioni, battute. E la satira dell'epoca lo rappresenta vestito da donna, come una figura non autorevole di cui prendersi gioco.
Ho pensato che queste figure devono essere rese note e quindi ho intenzione di dedicare loro due busti: uno alla Mozzoni e uno a Morelli. Vedete, a Montecitorio noi siamo pieni di sculture e ritratti, ma quando sono entrata qui dentro ho subito notato che non c'erano volti di donne tranne quello di Nilde Iotti. Ritratti di uomini ovunque, oppure di donne sante. Le sante vanno benissimo, ma tra loro e il niente in mezzo c'è una umanità femminile che per questa Costituzione ha svolto un ruolo importante.
Perciò ho pensato che bisognasse riconoscere il loro ruolo alle donne che hanno contribuito alla creazione della Repubblica e allo sviluppo del Paese: perché tutta la società ci ha guadagnato, non solo le donne.
Ho proposto di fare qualcosa che qui dentro poteva essere considerato 'irrituale' - questa è una delle definizioni - cioè ho istituito la "Sala delle donne", nella quale mettere le prime donne delle nostre istituzioni e che vi invito ad andare a visitare.
Non potevamo certo dare visibilità a tutte le donne che hanno contato: troppo lungo l'elenco, non sarebbe stato possibile trovare uno spazio adeguato. Ma almeno le prime sì.
In una parete troverete le foto delle 21 costituenti. In un'altra parete le foto delle prime donne sindache: era il 1946, non c'era traccia di questa presenza, abbiamo dovuto faticare non poco per rintracciare le prime dieci elette in quell'anno. Non erano mai state celebrate queste donne, mai; né i loro parenti erano stati considerati e invitati. Il giorno in cui abbiamo inaugurato la Sala abbiamo chiamato i parenti di quelle prime donne e i sindaci che oggi rivestono quel ruolo nei loro Comuni.
In un'altra parete abbiamo voluto mettere la prima Presidente della Camera, Nilde Iotti; la prima donna ministra, Tina Anselmi, e poi la prima donna Presidente di Regione, Nenna D'Antonio.
Infine, nella quarta parete avrei voluto mettere anche le foto della prima Presidente della Repubblica, della prima Presidente del Consiglio e della prima Presidente del Senato. Ma le foto non c'erano, purtroppo! E allora ci ho messo tre specchi e accanto ci ho scritto: "Nessuna donna finora ha ricoperto queste cariche. Potresti essere tu la prima". Il messaggio va a tutte le ragazze, le studentesse, le persone che entrano qui, che si specchiano e sopra leggono due articoli della nostra Costituzione, che dice che le donne possono ambire a ogni ruolo nel nostro Paese. L'importante è crederci, avere l'autostima.
Ecco, in questa "Sala delle donne" abbiamo voluto rendere omaggio a queste figure. Vi voglio dare solo una cifra per sottolineare quanto tempo sia passato prima che una donna, Tina Anselmi, potesse diventare ministra. Era il luglio del '76: in Italia c'erano già stati, in 30 anni di libertà, di democrazia, 36 governi, con 836 ministri. Tutti uomini! Vi rendete conto? In Italia per 30 anni nessuna donna è stata ministra. Io ritengo che tutto questo abbia avuto un peso nella nostra società.
Nell'attuale legislatura, per la prima volta nella Repubblica, noi donne siamo il 30 per cento del Parlamento, sia alla Camera che al Senato. Non era mai accaduto prima. E lo dobbiamo anche a molte donne - Lella Golfo è una di queste - che hanno fatto delle leggi che ci hanno portato avanti.
Io non sono una fan delle cosiddette 'quote di genere', ma se le quote non ci fossero le donne non starebbero ancora nelle istituzioni. Questo è il prezzo che ancora dobbiamo pagare per essere nelle istituzioni. Spero che un giorno non ce ne sarà più bisogno, ma intanto è necessario che le quote ci siano per andare avanti.
Questo convegno vuole essere un modo per mettere al centro una realtà che non sempre è abbastanza valorizzata, cioè il ruolo delle donne nell'arte, nelle varie 'letture' e nelle varie posizioni, non solo come artiste. Vogliamo valorizzare anche le donne che si sono espresse come organizzatrici culturali, direttrici di gallerie, direttrici di musei, come donne impegnate nelle istituzioni culturali sia a livello nazionale sia a livello locale.
Sono tante, tantissime, le donne che si occupano di arte, e lo fanno dando un contributo significativo al nostro Paese perché l'arte è una delle cose che ci rende grandi. E nell'arte ci sono molte donne che contribuiscono a rendere il nostro Paese noto nel mondo.
Per questo trovo inaccettabile e insopportabile che tante donne che hanno questo expertise, che hanno delle qualifiche nel mondo della cultura, a volte vivano una precarietà quasi insopportabile. Lo trovo un grande spreco: il nostro Paese non dovrebbe consentire questo, dovrebbe investire di più nella cultura e nelle donne della cultura.
Ancora oggi le donne si trovano sempre in una posizione estremamente difficile. Permettetemi questa parentesi: in Italia solo il 47% lavora, ed è una delle percentuali più basse d'Europa. Quando fanno figli, troppo spesso sono costrette a scegliere tra maternità o lavoro, eppure tutti gli studi e le ricerche ci dicono che quando una donna lavora è tutta la società a trarne vantaggio.
Attraverso questa mostra, celebriamo e continuiamo a celebrare il Settantesimo anniversario del voto alle donne. Però non basta solo celebrare. Io spero che tutto questo ci porti a comprendere che l'impegno non è finito.
Noi donne - e con noi gli uomini, quelli lungimiranti e capaci di accompagnare questo percorso - dovremmo ancora oggi essere capaci di impegnarci per la parità dei diritti, perché non abbiamo ancora fatto tutta la strada che dovevamo fare.
Dovremmo essere tutti femministi. Mi fa strano pensare che questo possa essere considerato con ironia, perché non c'è nulla da ridere, nulla di cui divertirsi. Uomini e donne, se vogliono una società in cui tutti hanno gli stessi diritti, devono potersi definire femministi. In altri paesi lo fanno capi di stato e di governo, e io mi auguro che anche qui da noi si possa arrivare ad avere queste posizioni.
Mi auguro che il nostro impegno continui anche rispetto alla violenza sulle donne, ovviamente, che continua ad essere una piaga sociale, certo non solo nel nostro Paese ma sicuramente anche qui. La violenza sulle donne si può manifestare in tante forme: quella materiale è la più terribile, ma poi c'è anche quella verbale, ci sono le nuove frontiere della violenza che si trovano sul web.
Oggi le donne sono le più offese, le più umiliate, le più insultate in rete e io non credo che dopo aver fatto tante battaglie le donne debbano accettare questo stato di cose. Credo che dobbiamo reagire perché non vorrei che le nostre figlie si trovassero di fronte alla scelta tra il dover accettare queste umiliazioni per stare sul web oppure uscirne, rinunciando a un loro diritto. Quindi penso che anche su questo dobbiamo essere parte attiva e continuare la nostra battaglia. Perché non è vero che il percorso di parità oramai è raggiunto: nonostante le buone leggi, abbiamo ancora tanta strada da fare.
Vi ringrazio.