04/12/2017
Montecitorio, Sala Aldo Moro

Partecipazione alla presentazione del libro ‘Concetta. Una storia operaia’, di Gad Lerner

Buon pomeriggio a tutti e a tutte.

Saluto e ringrazio Gad Lerner, che ha scelto di presentare questo suo ultimo libro, "Concetta", qui alla Camera dei deputati. Saluto i fratelli di Concetta, che sono presenti, i signori Candido. Un saluto affettuoso anche a Linda Laura Sabbadini, che frequenta questa istituzione con una certa assiduità: era con me, con Mapi e con altre il 25 novembre, il giorno in cui abbiamo voluto invitare 1400 donne da tutto il Paese per dare loro la centralità che meritano, nella Giornata contro la violenza sulle donne. Saluto anche Mapi Pizzolante, che coordina i nostri lavori, giovane blogger impegnata in politica e donna che ha le idee chiare.

Ieri eravamo qui alla Camera per "Montecitorio a porte aperte": sapete, è un appuntamento che abbiamo ogni prima domenica del mese e in queste occasioni facciamo vedere le nostre belle sale alle cittadine e ai cittadini. Io cerco di spiegare perché questa istituzione è importante. Noi siamo in un paese a democrazia parlamentare e dunque è rilevante far capire il meccanismo in cui noi, deputati e deputate, lavoriamo, anche per abbattere quel tanto di anti-politica che gira nel nostro Paese. E lo facciamo in queste occasioni mettendoci insieme anche un evento culturale, perché la cultura serve alla politica a non essere autoreferenziale e perché serve anche ai cittadini e alle cittadine. E' bello andare a Montecitorio, dove non si paga per poter assistere a un concerto, a una pièce teatrale, alla prima di un film. Lo ritengo molto democratico e mi piace aprire Montecitorio anche per questo.

Ieri abbiamo dato la centralità alla Thyssenkrupp: a dieci anni da quel tremendo rogo, è stata allestita una rappresentazione basata sul reportage che Ezio Mauro fece all'indomani della tragedia. Una rappresentazione teatrale che è stata molto forte, anche alla presenza delle famiglie degli operai della Thyssen.

E dunque: Torino, il fuoco, il lavoro umano umiliato. Tre elementi di cui parleremo anche oggi attraverso la storia di Concetta. Per fortuna qui non dobbiamo parlare di morti, ma della storia di una donna che ha deciso di fare un atto estremo per gridare la sua disperazione. E' una vicenda individuale scandalosa, perché quello che è accaduto a Concetta non dovrebbe mai accadere; ed è anche una situazione preoccupante per il quadro complessivo del lavoro nel nostro Paese. E Gad Lerner è bravo a passare dalla storia di Concetta a quella del Paese: dunque dalle lacerazioni fisiche della pelle di Concetta che si strappa alle lacerazioni del nostro tessuto sociale che anch'esso rischia di strapparsi.

La storia di Concetta l'ho conosciuta, come tutti voi, attraverso l'home page di un sito, ma c'è stata poco su quella homepage. E forse è stata poco anche nella centralità del dibattito politico. Ho appreso dal libro di Gad che la sindaca Appendino e io siamo state le uniche figure istituzionali a chiamare la famiglia di Concetta: l'ho saputo leggendo le pagine del libro. Chiamando a casa di Concetta ho parlato con Giuseppe e ho capito la stoffa dell'uomo: una figura che riusciva ad articolare la tragedia della sorella con gli strumenti di chi sa leggere la società in cui viviamo. Infatti dal libro di Gad emerge molto chiaramente il profilo di Giuseppe, il suo valore e la sua profonda sensibilità.

La vicenda di Concetta, dicevo, non "passa", non "buca", come si dice. Perché? Perché viene derubricata: problema personale, problema psichico, una vicenda legata forse a un raptus. L'ho sentita più volte, questa definizione. Quante volte un fatto è dovuto a un raptus: poveretto, l'ha ammazzata ma ha avuto un raptus! Concetta ha il raptus?! Concetta deve essere pazza, non può essere altro che questo.

La storia di Concetta non ha nulla a che vedere con la follia. Concetta non è pazza, sta benissimo. Il problema di Concetta è la disperazione. La disperazione non è la follia, è un altro concetto. Concetta è disperata perché dovrebbe ricevere - così le è stato detto, così avevano fatto i conti, così risultava - 3000 euro dalla Naspi. Invece va e quanti ne riceve? 269. Non riesce a sopportarlo e dunque fa questo gesto estremo.

Questa è una storia ordinaria di lavoratrici - quasi sempre lavoratrici - che non hanno appigli, non hanno reti di salvataggio. Questa è una testimonianza drammatica di cosa sia diventato il lavoro per troppe persone nell'Italia di oggi.

Non parliamo di disoccupati, questo è un altro punto: parliamo di gente che un lavoro ce l'ha, ma non riesce a viverci. Gad anche li definisce i working poors, cioè i poveri che lavorano. L'ho detto più volte: ci rendiamo conto dove ci porta questa contraddizione? Non è il lavoro che dovrebbe tirarci fuori dalla povertà? Invece no, il lavoro ci caccia nella povertà, ci spinge dentro la povertà. Allora questo ci pone un problema aggiuntivo, perché non è una condizione legata a chi fa le pulizie, è una condizione che purtroppo è molto più ampia. Di chi fa le pulizie ci parlano le colleghe di Concetta, e ci raccontano che vuol dire essere occupati in una azienda dove devi lavorare tutti i fine settimana, sei giorni su sette, e se ti va bene, se sei fortunato, arrivi a 800 euro. Ma poi ci sono anche le donne che accettano di lavorare a 40 euro al mese, a intermittenza, per non 'uscire dal giro'. Perché se esci dal giro non hai più neanche la possibilità di essere chiamato a intermittenza, di avere quei 40 euro al mese. Ecco, allora, che si risale alla regola. Come è possibile? La regola qual è? Noi eravamo forse tutti troppo ottimisti quando si parlava di gare d'appalto al massimo ribasso: sobrietà per la pubblica amministrazione, è giunto il momento di non sprecare soldi pubblici! Benissimo! Ma come abbiamo risparmiato? Le gare al massimo ribasso sono state fatte sui diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, sul ribasso dei loro salari, sul ribasso dei loro diritti. Così noi abbiamo risparmiato! E' questo il risparmio che ci piace?

L'anno scorso abbiamo fatto la riforma del codice degli appalti anche per questo, per cercare di mettere un argine a questo sistema. Ma gli effetti ancora non sono valutabili, non si capisce se di fatto c'è un freno o no a questa situazione.

Noi oggi parliamo non più di lavoro e di salario dignitoso, ma di "lavoretti" e di frammenti di salario. Questa è la condizione nella quale vivono molte persone nel nostro Paese. Che ci facciamo con questi "lavoretti" e frammenti di salario?

Come pensiamo che si possa organizzare una vita, quando puoi lavorare a chiamata? Jobs on call,li chiamano: stanno tutti a guardare il cellulare, "forse domani lavoro, fammi vedere se è arrivato l'sms". Come fanno i ragazzi e le ragazze a organizzarsi una vita quando devono appigliarsi all'sms? Con i lavoretti ed i frammenti di salario non si vive, non si programma un'esistenza, non si dà una risposta.

E questo diventa urgenza democratica. Sì, urgenza democratica: perché, voi capite, come faccio io a convincere i nostri ragazzi dell'importanza della democrazia, quando la democrazia non consente loro di avere un lavoro dignitoso e di costruirsi una vita? E' bella la democrazia, ma che cosa gli restituisce la democrazia, se alla base non c'è neanche questo? Se noi non siamo capaci di porre un rimedio a questo corto circuito ci va di mezzo anche il nostro assetto democratico.

La questione va oltre, perché non riguarda solo le pulizie, ma anche quella frontiera innovativa che è il digitale. E' così anche in quei settori che dovrebbero essere innovativi.

L'altro giorno i lavoratori e le lavoratrici di Amazon hanno fatto uno sciopero e sarà capitato anche a voi di sentire alcune delle loro testimonianze. A me ha colpito un ragazzo che ha detto: "movimentavo 50 pacchi al minuto". Mi sono fermata perché pensavo di aver capito male: 50 pacchi al minuto. Vuol dire che tu muovi un pacco al secondo. E' immaginabile muovere un pacco al secondo? Potete gestire anche la vostra mobilità fisica?

Noi dovremmo capire che un sistema basato su queste modalità è un sistema non sostenibile. Tant'è che chi faceva lo sciopero ad Amazon? Solo quelli che avevano un contratto a tempo indeterminato, una minoranza. Gli altri si guardavano bene dal fare lo sciopero perché avevano paura di non essere ricontrattualizzati. Come si fa ad accettare tutto ciò? Questa è una categoria di lavoratori infelice, è un'altra categoria infelice che deve subire condizioni che non sono dignitose e non sono neanche sopportabili nel medio e lungo termine. Il lavoro buono deve tener conto che la ripresa non ci può essere con la compressione selvaggia dei diritti di chi lavora: perché non è lavoro buono quello che viene compresso fino allo stremo delle forze; quello che ti dà un secondo a movimento, non uno e mezzo o due, perché altrimenti puoi essere oggetto di una nota per un comportamento non adeguato. In questo senso io penso che dovremmo uscire dalla dimensione che il digitale ci prospetta, quella di un vero e proprio "caporalato digitale".

Oggi questa definizione di caporalato noi la vediamo applicata a diverse categorie. Il digitale, sicuramente, ma anche l'agricoltura, il lavoro nelle campagne, il lavoro delle donne che vengono sfiancate quando si raccolgono le arance, quando si raccoglie l'uva, costrette a lavorare 27 euro al giorno, donne di ogni età. Paola Clemente morì sfiancata dal lavoro e quella morte forse è servita a qualcosa, forse ci ha portato a ragionare su una legge importante, una legge contro il caporalato che abbiamo votato in questa Camera. Quella legge è stata possibile grazie alla collaborazione di tutti. Le lavoratrici: io ricordo un Primo Maggio con loro nelle campagne di Mesagne, centinaia di lavoratrici, peraltro tutte italiane, che in quelle campagne si spezzano la schiena, erano venute quel Primo maggio a raccontare le loro storie. E poi c'erano tanti sindacati, i confederali e gli altri che su questo avevano fatto un lavoro serio. Noi avevamo in discussione quel provvedimento e ci fu la capacità di ascoltare le lavoratrici braccianti; i sindacati si fecero portatori di quelle istanze, vennero alla Camera, vennero ascoltati in audizione; il Governo fece la propria parte e arrivammo a un provvedimento che per la prima volta assumeva un punto determinante: che se c'è caporalato ci deve essere a risponderne anche l'azienda che lo mette in atto, non solo il caporale che recluta ma anche chi sfrutta quel lavoro. E questo è stato un passaggio molto importante.

Penso che la storia di Concetta e delle colleghe delle pulizie è una storia molto tragica, perché si evince che è una condizione vissuta in solitudine: dove, forse, non c'è stata altrettanta attenzione da parte dei corpi sociali, dei sindacati e della politica. Invece io credo che quando questa attenzione c'è si possono mettere in atto dei cambiamenti e si può anche sperare in leggi giuste. Mi auguro che questo libro riesca veramente a far ragionare sulle condizioni di lavoro di tante donne e di tanti uomini nel nostro Paese.

Grazie, Gad, per averlo scritto.